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To’, chi si rivede. Il sistema ha riscoperto il rischio liquidità

, di Andrea Sironi - rettore dell'Universita' Bocconi
Lezioni dalla crisi: in futuro gli istituti dovranno valorizzare la funzione di risk management anche con la struttura dei bonus

La recente crisi del credito ha fatto tremare i mercati finanziari mondiali. C'è da chiedersi quale possa essere la lezione che deve trarne il management delle istituzioni finanziarie e chi vigila sulla stabilità del sistema nel suo complesso.

Il primo aspetto è la rilevanza che la funzione di risk management assume in un contesto economico-finanziario favorevole. In tali condizioni (come prima dell'esplosione della crisi nel 2007), chi origina operazioni e genera redditività assume un peso superiore a chi deve identificare e limitare i rischi. In parte questa asimmetria si giustifica con il diverso profilo di payoff delle due funzioni. Chi si occupa di generare business ha profitti potenzialmente molto elevati e perdite limitate. Il peggio che può capitargli è di non riuscire a chiudere un'operazione, rinunciando così al relativo bonus. Un risk manager ha invece un profilo opposto: profitti limitati e perdite potenzialmente illimitate.

È evidente che una simile asimmetria si traduce anche in una diversa forza contrattuale delle due posizioni. Sarebbe invece opportuno che i sistemi incentivanti degli uni e degli altri riflettessero in modo adeguato le situazioni di potenziale crisi, per esempio riconoscendo i bonus per le operazioni generate solo dopo un periodo che consenta di far emergere eventuali potenziali situazioni di criticità. Magari riconoscendo parte del bonus anche alla funzione di risk management.

Una seconda importante lezione, sia per il management delle banche sia per gli organi di vigilanza, riguarda il tema del rischio di liquidità. Negli ultimi 20 anni l'attenzione si è focalizzata sul tema dell'adeguatezza patrimoniale rispetto all'entità dei rischi assunti. In questa logica che vede nel patrimonio di un'istituzione finanziaria il presidio principe di fronte ai rischi, ci si è concentrati su quelli che possono generare perdite inattese: rischio di credito, di mercato, operativo. Minore attenzione è stata invece dedicata al rischio di liquidità. Ciò rifletteva la convinzione che, in un mercato interbancario internazionale integrato e liquido, un intermediario ben patrimonializzato non avrebbe mai problemi di liquidità, avendo sempre facile accesso al credito a breve da parte di altre banche.

Questo ragionamento si focalizza però sul rischio di liquidità che deriva dallo squilibrio delle scadenze dell'attivo e del passivo, il funding risk. Ma trascura la possibilità che le attività stesse nelle quali sono investiti i capitali subiscano una diminuzione di prezzo conseguente alla carenza di liquidità del relativo mercato (il market liquidity risk) compromettendo la patrimonializzazione della banca. Una crisi di liquidità che colpisce i mercati degli attivi delle banche fa perdere la robustezza patrimoniale che assicura la copertura dal funding risk, per il semplice fatto che le altre istituzioni finanziarie, di fronte a una situazione patrimoniale incerta, non concedono linee di fido.

La terza lezione riguarda la ripartizione di responsabilità della valutazione dei rischi. Qui gli aspetti importanti sono due. Il primo è la politica d'investimento in titoli strutturati: la trasformazione delle attività creditizie illiquide in titoli negoziabili caratterizzati da un mercato apparentemente liquido non deve far dimenticare che il rischio principale è il rischio di credito. Un'istituzione finanziaria che assume posizioni rilevanti in tali strumenti non può esimersi da un'approfondita valutazione. Il secondo aspetto, più rilevante a livello di sistema e di organi di vigilanza, è il processo di cessione dei crediti originati dalle banche. Tale processo, che migliora l'allocazione dei rischi all'interno del sistema e la diversificazione dei portafogli delle banche, è verosimile che riprenda con vigore superata la crisi. Esso tuttavia non deve far dimenticare che i soggetti competenti nel valutare il rischio di credito sono le banche e non i fondi hedge, i fondi pensione o le compagnie assicurative. Il processo non dovrebbe dunque far sì che le banche svolgano solo un ruolo di origination, senza conservare il rischio di credito dei prestiti generati nel proprio bilancio. Verrebbe infatti a mancare l'incentivo per una banca a svolgere una rigorosa analisi del rischio di credito e si potrebbero generare conseguenze negative per lo stesso processo di allocazione del credito all'economia.