Chi piccona la Commissione
La crisi economica ha fatto già molte vittime: all'inizio solo banche e finanziarie, poi imprese di ogni tipo e ora sempre più occupati, in una spirale pericolosa e difficile. Una vittima illustre, il cui fato non è ancora segnato ma che ha già ricevuto colpi letali, è la Commissione europea.
Un'istituzione sovranazionale come la Commissione non può passare indenne attraverso una tempesta che coinvolge in primis le relazioni economiche internazionali: quando il commercio mondiale passa da una crescita del 20% su base annua nel primo semestre 2008 a una contrazione che si spera resti nell'ordine di una cifra per il secondo semestre, o quando il flusso netto di capitali privati verso i paesi emergenti varia da 929 miliardi di dollari nel 2007 a 165 nel 2008, la crisi coinvolge i rapporti tra paesi.
In questi frangenti le popolazioni si rivolgono al loro referente politico naturale, che è il governo nazionale. Da qui un fiorire d'interventi e di retorica che spesso sono tentativi frenetici di protezione del proprio sistema economico, e a volte danno spazio al nazionalismo populista.
Tra gli esempi, i sussidi che i paesi stanno versando nei rispettivi settori automobilistici: queste misure determinano una pericolosa corsa al rialzo e costringono tutti i paesi produttori a parteciparvi, come la Spagna, che si appresta a versare 4 miliardi nonostante il suo settore automobilistico sia essenzialmente non spagnolo.
Il giudizio sull'appropriatezza di queste misure non può che avvenire caso per caso, come è d'obbligo quando due principi importanti come la politica degli aiuti di stato e la politica industriale rischiano di collidere. È peraltro evidente che in un quadro di questo tipo il ruolo della Commissione sia sotto un attacco tanto più devastante quando si tratta di un'istituzione che ha l'integrazione economica e il coordinamento delle politiche tra gli obiettivi fondamentali.
In momenti di potenziale panico e di scollamento tra gli obiettivi degli stati membri, i tempi di realizzazione di processi come quello comunitario, basato sul consenso, si allungano fatalmente. Nonostante ciò la Commissione ha saputo mettere in opera una politica accomodante in base alle mutate esigenze del sistema economico: le aperture sul fronte degli aiuti di stato ai settori bancario/finanziario e auto sono state considerevoli.
Le critiche verso la Commissione sono state tuttavia severe e non del tutto infondate. Le principali accuse riguardano lentezza nella reazione, mancanza d'iniziativa, dipendenza politica dai grandi stati membri.
Ma non è questo il danno maggiore: un nuovo collegio sarà eletto tra qualche mese e i commissari di cui è nota la non riconferma perdono capacità di incidere nell'ultimo periodo in carica. Questo in condizioni normali: ancor più durante una crisi di questa portata. Se solo gli stati membri avessero il coraggio di proporre candidati di peso e competenza rilevanti, deviando da un trend negativo in corso da tempo, una nuova Commissione potrebbe riacquistare slancio.
Quello che costituisce il vero danno è la povertà della reazione politica comunitaria di fronte alla prevedibile e comprensibile iniziativa intergovernativa. Il gruppo sempre più sparuto dei comunitari non ha saputo separare e denunciare l'interventismo della presidenza di turno, un iperattivo Sarkozy, da un vero e proprio assalto ai principi comunitari praticato dai vari stati membri, impegnati in una corsa scatenata, d'altro canto, dallo stesso paese della presidenza. Sarkozy, abbandonato il cappello di presidente di turno, ha prima affermato che i sussidi francesi sarebbero stati condizionati al rientro in Francia della produzione automobilistica localizzata altrove nell'Unione, e ha poi rivendicato il primato nella corsa ai sussidi concludendo trionfalmente che ora gli altri lo seguono. Evviva.