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Basket, il mito del timeout sotto esame

, di Barbara Orlando
Uno studio Bocconi su tre stagioni di Eurolega ribalta la narrativa: le interruzioni non cambiano davvero l’inerzia delle partite. Carlo Favero: “Sono più uno strumento di gestione nel breve che una leva per ribaltare il risultato”

È una scena che tutti conoscono. Parziale di 10-0, il coach si alza, chiama timeout. Telecamera sulla panchina: lavagnetta, schemi, facce tese. Il pubblico si aspetta la svolta. Solo che, numeri alla mano, quella svolta non arriva.

Secondo il paper “Do timeouts matter? A study of Euroleague Basketball”, firmato da Giacomo Carta, Carlo Favero (Università Bocconi) e Andrea Maver, che analizza migliaia di azioni delle stagioni di Eurolega 2021-2024 attraverso dati play-by-play, dopo un timeout le dinamiche di punteggio cambiano pochissimo. La squadra che stava subendo continua spesso a subire, quella in ritmo continua a segnare.

“C’è l’idea che il timeout interrompa il momento dell’avversario, ma i dati non lo confermano”, spiega Carlo Favero, professore di econometrica e allenatore dei Pellicani,la squadra di basket della Bocconi che gioca in serie B interegionale.

Nessun cambio di inerzia

L’idea più diffusa tra allenatori e tifosi è semplice: chiamare timeout serve a spezzare il momento positivo degli avversari. Ma i numeri raccontano un’altra storia.

Lo studio mostra che, anche quando una squadra subisce un parziale negativo, il timeout non altera in modo sostanziale il differenziale punti nei minuti successivi. C’è un effetto di contenimento del differenziale negativo, ma non di una inversione. 

“Il timeout non è una bacchetta magica”, spiega Carlo Favero. “Serve a gestire situazioni specifiche, ma non cambia la traiettoria della partita come spesso si crede”.

Analisi su larga scala

La forza del lavoro sta nella metodologia. Gli autori utilizzano dati dettagliati su ogni possesso di palla, costruendo indicatori come lo “scoring differential index”, che misura la differenza tra punti segnati e subiti prima e dopo un timeout.

Inoltre, applicano tecniche econometriche avanzate – come il difference-in-differences – per isolare l’effetto reale del timeout da altri fattori: qualità delle squadre, momento della gara, contesto tattico

A cosa servono davvero

Se non cambiano le partite, allora perché gli allenatori li usano così tanto? Secondo Favero, la risposta è più sottile: “Il timeout è uno strumento di controllo nel breve periodo. Serve a organizzare un’azione, a gestire la fatica, a chiarire le idee. Ma non è progettato per ribaltare una gara”.

In altre parole, il timeout funziona a livello micro – un possesso, una scelta difensiva – ma non a livello macro, cioè sull’esito complessivo.

Il fattore psicologico

Lo studio suggerisce anche un altro elemento: il valore percepito del timeout potrebbe essere più psicologico che reale. Allenatori e giocatori hanno bisogno di momenti di pausa per riorganizzarsi, e il timeout risponde a questa esigenza. Ma questo non significa che produca effetti misurabili sul punteggio. Anzi, in alcuni casi i dati mostrano che le dinamiche di scoring continuano quasi identiche anche dopo l’interruzione.

Implicazioni per il gioco moderno

Le conclusioni hanno un peso rilevante, soprattutto in un’epoca in cui il basket è sempre più guidato dai dati. Se i timeout non incidono sul risultato, il loro utilizzo potrebbe essere ripensato: meno legato all’idea di “fermare l’inerzia”, più orientato alla gestione tattica e fisica.

“Non diciamo che i timeout siano inutili”, precisa Favero. “Diciamo che il loro ruolo è diverso da quello che immaginiamo: non cambiano le partite, ma aiutano a gestirle”.

Il verdetto

Il basket ama le narrazioni: il coach che chiama timeout al momento giusto e ribalta la gara. Ma la realtà, almeno in Eurolega, è meno romantica. I timeout restano parte integrante del gioco, ma il loro potere è molto più limitato di quanto si pensi. Non fermano davvero i parziali, non invertono il momentum, non decidono le partite. L’evidenza statistica indica che la domanda “ma perché il coach non chiama time-out?” potrebbe essere oggetto di maggiore riflessione. 

CARLO AMBROGIO FAVERO

Università Bocconi
Dipartimento di Economia