Bad company e stato imprenditore
La crisi in corso ha prepotentemente riportato alla luce il dibattito relativo al ruolo dello stato, sia nel processo di regolazione dell'attività economica (diciamo, degli eccessi del mercato), sia quale diretto protagonista tramite la proprietà di significativi segmenti dei settori produttivi. Può allora essere interessante ripercorrere alcuni degli avvenimenti che hanno caratterizzato la Grande depressione degli anni Trenta, come di consueto dall'osservatorio peculiare (ma proprio per questo particolarmente interessante) del sistema economico-industriale italiano. La crisi fu complessa nelle sue determinanti tanto quanto nelle sue conseguenze. Alcuni aspetti meritano di essere evidenziati alla luce degli avvenimenti più recenti.
L'Italia dei primi anni Trenta, pur già nel novero dei paesi più industrializzati del mondo, era ancora un paese ampiamente, e sotto molti aspetti, periferico. Ciò non aveva tuttavia impedito l'afflusso di capitali esteri investiti nei settori industriali sia nella forma più tradizionale dei prestiti che in quella più invasiva dell'acquisto di pacchetti azionari, in particolare in alcuni settori all'epoca considerati vere e proprie "blue chip", come quello di produzione e distribuzione di energia idroelettrica. Un importante effetto della crisi fu quello di richiamare in patria molti dei capitali investiti all'estero, sia da parte dei 'grandi investitori', ovvero gli Usa, sia di non pochi paesi europei.
Un secondo effetto, parzialmente legato al primo, fu quello di porre in affanno le imprese industriali, e con esse le banche, che delle imprese detenevano consistenti pacchetti azionari.
Il terzo effetto fu di provocare un deciso intervento dello stato. Innanzitutto tramite la creazione di istituti di credito speciale (l'Imi è il più noto), con la funzione di provvedere credito a medio-lungo termine al sistema delle imprese. Secondariamente (ma in termini cronologici e non di rilievo), attraverso un'operazione inizialmente concepita come temporanea, i titoli azionari svalutati in possesso delle banche vennero concentrati in finanziarie (che li rilevavano a valore di libro dalle banche stesse), vere e proprie bad company le quali, a loro volta, li fecero confluire in un Istituto appositamente creato, ovvero l'Iri, che alla vigilia della seconda guerra mondiale controllava grosso modo un quinto di tutto il capitale delle società per azioni italiane, una quota che poneva l'Italia seconda solo alla Russia dei soviet come peso della proprietà dello stato.
Senza dubbio tale soluzione fu facilitata dal clima di emergenza in corso e dalla presenza di un regime autoritario, ma anche da un clima generale, in termini di ciclo economico mondiale, che ben poco lasciava sperare in termini di ripresa autonoma legata al riattivarsi di consistenti flussi di commercio internazionale.
L'Iri divenne ente permanente nel 1936, lo stesso anno in cui veniva emanata una legge, destinata a lunga vita, finalizzata a regolare l'attività delle banche impedendo a queste ultime l'erogazione di crediti a medio-lungo termine, oltre che il possesso di pacchetti azionari. L'esito della crisi fu pertanto un rivolgimento strutturale, e di ampia portata, del sistema economico italiano. Ne conseguirono istituzioni, enti, regolamenti destinati a influenzare nel lungo periodo e in maniera strutturale il futuro economico del paese.