Alitalia deve voler dire fiducia
Si leggono i giornali, si ascoltano le incessanti interviste riguardo Alitalia e si arriva sempre alla medesima questione: chi ha torto, chi ha ragione tra sindacato e governo? Sembra essere il tormentone del momento, dare la colpa a qualcuno o a qualcosa. Il tema è talmente grave e urgente che sembrano, dico sembrano, essersi rilassate anche le tensioni politiche tra governo e opposizione. Alitalia è il classico esempio italiano di prolungato "non governo" per motivi di consenso, che oggi è arrivato con una miccia troppo corta a vivere tempi di recessione.
Eppure, l'unico oggetto del contendere è il contratto di lavoro nelle sue articolazioni di salario, mensilità, ore di lavoro. Nonostante le tante energie spese ci si trova di fronte a uno scenario alquanto tradizionale, dove padroni, azionisti, politici, dipendenti, manager e sindacati, rappresentano interessi di parte che cercano una convivenza nel nuovo progetto Cai.
Alitalia però non può esser più un luogo del consenso, deve diventare a tutti gli effetti un'azienda e quindi occorre il coraggio di cambiare. Le compagnie aeree sono da sempre tra le più studiate nelle business school internazionali come casi di successo manageriali. La pionieristica People Express, l'affascinante Southwest Airlines, la scrupolosa ed efficiente Ryanair. Tante storie, interviste, dati e nessuna di queste sembra somigliare alla Cai di oggi. Unico file rouge del successo è l'incredibile legame tra proprietà, management e dipendenti creato a prescindere dal contratto di lavoro. Dalle letture si coglie fortissimo il tema della fiducia tra interlocutori che insieme devono generare valore, altrimenti non si va lontano né con gli aerei né con i risultati.
Se guardarsi intorno può essere utile (non solo per ricercare un partner straniero), allora perché non uscire dall'impasse negoziale attuale chiedendo alla Cai di investire sulle persone e non solo di accontentarle? Perché non fare domande sull'employability (capacità di trovare altro impiego sul mercato del lavoro) che la nuova Alitalia può dare attraverso formazione e sviluppo del personale? Perché non chiedersi se non sia giunto il momento per offrire a questi dipendenti (assistenti di volo, di terra, piloti) l'opportunità di diventare azionisti della nuova Alitalia e magari guadagnare più di un semplice dipendente? Tante e altre soluzioni che possano avvicinare fisicamente, cognitivamente e culturalmente i protagonisti del cambiamento. Non è più il tempo delle negoziazioni, bensì della squadra, del collettivo, dove i principi del capitalismo si devono per forza fondere con quelli del socialismo, perché lavorare con gli stakeholder oggi è più conveniente che negoziarci. Non è una questione di soldi oggi, ma di produttività e rendimento domani.
Occorre creare il contesto giusto per alimentare quella fiducia necessaria a crescere. Proviamo ad utilizzare strumenti di gestione del personale più moderni, in grado di regolare le relazioni di lavoro in modo innovativo. Proviamo ad osare, orgogliosi di essere italiani non perché abbiamo un compagnia di bandiera, ma perché sapremo gestirla meglio degli altri. Tutto questo per ricordare che quando il negoziato sarà finito, proprio allora inizierà la vera sfida di Alitalia.