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Al sistema serve più flessibilità

, di Angelo Provasoli - rettore dell'Università Bocconi dal 1° novembre 2004 al 31 ottobre 2008
Una regolamentazione più agile e maggiore competitività per rilanciare il mondo universitario

I risultati raggiunti dalla Bocconi negli ultimi anni dimostrano che una singola istituzione universitaria può in Italia come all'estero darsi obiettivi sfidanti e proporsi di realizzarli concretamente. Certamente, Bocconi beneficia di uno statuto che le accorda maggiore autonomia rispetto alle università del sistema pubblico. Un'autonomia che, principalmente, si esprime nella facoltà di stipulare rapporti di lavoro con i docenti in forme distinte ed aggiuntive rispetto a quelle previste dalla disciplina statale; nella possibilità di configurare sistemi retributivi modellati in funzione dei meriti e, da ultimo, nella capacità di definire la misura delle tasse di iscrizione ai corsi di laurea senza i vincoli dei tetti ministeriali. Per converso, tuttavia, la Bocconi non ha accesso ai fondi del finanziamento statale, se non in parte marginale. Ogni altra regola prevista per le università pubbliche condiziona peraltro significativamente anche la nostra università.

La regolamentazione pubblica, per effetto delle disposizioni della legge finanziaria del 1994, pur attribuendo alle singole sedi universitarie statali una relativa autonomia di spesa, non permette in realtà l'esercizio di una reale competizione interuniversitaria rispetto alle variabili fondamentali che caratterizzano la gestione delle università quali, ad esempio, il reclutamento dei docenti, la flessibilità delle carriere e delle collaborazioni accademiche, le politiche di incentivazione delle remunerazioni, la selezione degli studenti, la politica delle scholarship e delle tasse universitarie ed altre ancora. L'insufficienza delle performance medie delle università italiane, comparativamente a quelle medie rilevate nei principali paesi europei, ha pertanto anzitutto giustificazione nell'insoddisfacente governance di sistema, più ancora che nelle ristrettezze dei fondi a disposizione. V'è tuttavia chi, a questo proposito, osserva che nessuna norma impedisce alle singole sedi universitarie statali di porre in essere meccanismi di governo ispirati all'efficienza dell'impiego delle risorse e alla qualità della formazione e della ricerca. L'osservazione corrisponde certamente al vero. Ma l'inesistenza di un divieto non può essere considerata sufficiente per ottenere che la parte preponderante del sistema universitario italiano si comporti in modo virtuoso. In realtà l'intero quadro normativo non supporta alcuna delle motivazioni necessarie affinché gli individui (docenti e personale amministrativo) e le rispettive organizzazioni si comportino in termini consistenti con gli obiettivi di qualità ed efficienza apprezzabili a livello internazionale.

Il fatto che importanti istituzioni pubbliche, pur nelle difficili condizioni descritte, e in ristrettezze di fondi, riescano comunque a raggiungere risultati eccellenti, non deve trarre in inganno. Si tratta di eccezioni meritevoli di massima considerazione. Ma, in quanto eccezioni, non sono necessariamente replicabili nel tempo e nello spazio.

Ove per contro si osservino i risultati conseguiti con un'organizzazione adeguatamente responsabilizzata e parzialmente affrancata dai vincoli della regolamentazione dirigistica del paese, quali quelli ottenuti dalla Bocconi, si possono ragionevolmente formulare ipotesi di possibile azione. A nostro avviso, infatti, il sistema universitario nazionale, nel suo complesso, potrebbe giovarsi significativamente dall'innalzamento dei livelli di flessibilità della regolamentazione, dall'elevazione del grado di competizione riferito alle variabili strategiche della gestione delle istituzioni universitarie, dall'attivazione di processi di allocazione delle risorse ancorati alle performance scientifiche e didattiche e dall'introduzione di sistemi di controllo raccordati ai risultati effettivamente conseguiti, piuttosto che alla formale preventiva rispondenza alle norme dei progetti presentati. Difficile è configurare ipotesi di intervento capaci di influire più significativamente sui risultati.

Si tratta tuttavia di un cambio profondo di prospettiva strategica. Un cambio così incisivo da lasciare oggi poco spazio alla speranza. La ragione però suggerisce di credere che, se pur nel lungo periodo, il valore degli obiettivi farà premio su quello delle modalità per conseguirli.