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Un’opportunità che trasforma la vita

, di Pietro Masotti
Da dieci anni il Progetto Carceri dell'Università Bocconi offre ad alcune persone detenute la possibilità di frequentare il corso di laurea in Economia aziendale e management. Un percorso di studio, responsabilizzazione e reinserimento che ha portato finora sei studenti alla laurea e che guarda al lavoro come passaggio decisivo per costruire una seconda possibilità.

“Non c’è strumento migliore per attuare i valori costituzionali sull’esecuzione della pena, volti a dare sempre una seconda chance ai detenuti, che quella di offrire loro una possibilità reale di cambiare vita attraverso lo studio e l’inserimento nel mondo del lavoro”. Marta Cartabia, prorettrice all’Impegno sociale e agli Affari istituzionali in Bocconi, sottolinea così lo spirito che da 10 anni anima l’iniziativa Progetto Carceri. Battezzato nel 2016 dall’allora rettore Andrea Sironi nell’ambito del programma Community and Social Engagement, e fortemente promosso da Salvatore Vicari, oggi professore emerito di Technology and Innovation Management, il progetto offre la possibilità ad alcune persone detenute nelle case di reclusione italiane di iscriversi al triennio del Corso di laurea in Economia aziendale e management (Cleam), previo superamento del test di ammissione e stante la possibilità di trasferirsi nei penitenziari di Opera o Bollate. L’ateneo sostiene tutti i contributi, fornisce libri di testo, videolezioni, tutoring, organizza le sessioni di esami e di laurea in carcere e introduce, quando possibile, i laureati al primo colloquio con le aziende. “È un’iniziativa che risponde pienamente allo spirito dei fondatori della Bocconi”, sottolinea Cartabia, “perché mantiene viva l’attenzione al territorio, alla dimensione sociale della comunità e agli studenti meno favoriti sotto ogni profilo”. “Il triennio inserito nel Progetto Carceri rientra nell’ambito del corso in Economia aziendale”, aggiunge l’attuale direttore del Cleam, Pietro Andrea Bianchi Fedrigoni, succeduto nel ruolo ad Angelo Ditillo e a Carlo Salvato, “ovvero, ancora oggi, il corso più frequentato della Bocconi, l’unico impartito in italiano e quello che svolge più naturalmente il ruolo di ascensore sociale, offrendo un’opportunità di accesso alla Bocconi anche a quei connazionali che, per diverse ragioni, partono da una condizione svantaggiata, per ragioni geografiche o fosse anche, semplicemente, perché non hanno la padronanza necessaria per un corso di laurea triennale interamente in inglese”.

Studenti come tutti gli altri

Una volta entrati nel percorso, gli studenti del Progetto Carceri sono assimilati in tutto e per tutto ai loro colleghi: studiano le stesse materie, hanno identiche scadenze e sono sottoposti alle medesime prove scritte e orali. Non partecipano naturalmente all’esperienza in aula, ma seguono cicli di lezioni videoregistrate e gli stessi docenti si recano in carcere per interrogazioni ed esami. In questi dieci anni al percorso sono stati ammessi 33 studenti su 147 candidati e sei di loro sono arrivati al termine del triennio conseguendo la laurea. “Quest’ultimo è il numero che conta di più dal mio punto di vista”, nota Fedrigoni. “Le storie di successo di coloro che riescono ad arrivare al diploma e a reinserirsi nella società danno un senso a tutto il progetto e all’impegno che la Bocconi mette in campo. Se anche fosse uno su dieci, ne varrebbe comunque la pena”. “Come università il nostro obiettivo è sempre quello di mettere gli studenti nelle migliori condizioni per arrivare al traguardo della laurea”, concorda la prorettrice Cartabia. “Credo però che, anche quando questo non accade, perché magari interviene un trasferimento o un detenuto deve piuttosto lavorare per mantenersi in carcere o contribuire al mantenimento della famiglia, il tempo trascorso a studiare assume una valenza molto importante dal punto di vista personale. Il corso consente a queste persone di mettersi alla prova in un contesto per molti insolito e scoprire o riscoprire attitudini nascoste. Una delle difficoltà maggiori per noi è proprio convincere i ragazzi ad accogliere questa possibilità perché loro non credono in sé stessi. Anzi, occorrerebbe irrobustire il lavoro di sensibilizzazione per convincere un numero maggiore di detenuti a darsi una possibilità nello studio”.

Il decennale e le sfide da affrontare

Il traguardo del decennale, che sarà celebrato con un convegno in Bocconi il 22 settembre, diventa così l’occasione per mettere in luce i risultati raggiunti dal Progetto Carceri, ma anche per riflettere sugli eventuali aspetti da migliorare, alcuni dei quali chiamano inevitabilmente in causa le amministrazioni penitenziarie, indispensabili partner per la buona riuscita dell’iniziativa. “La speranza è che si possa trovare una soluzione condivisa, per esempio, per colmare il gap tecnologico che si crea tra chi studia in ateneo con tutti gli strumenti digitali a disposizione e questi studenti che devono ancora procedere con modalità analogiche”, propone il professor Fedrigoni. Ma basterebbe anche meno. “Considerando il sovraffollamento che spesso c’è nelle celle, anche solo un’aula studio in più dove potersi concentrare potrebbe fare la differenza”, fa notare Elisabetta Genovese, responsabile amministrativa del Progetto Carceri. Per gli iscritti al progetto, però, l’alternativa più attraente allo studio è spesso il lavoro. “Molte volte chi abbandona il percorso è già padre di famiglia o comunque deve mantenersi durante la detenzione, e dunque preferisce investire il proprio tempo lavorando”.

Il lavoro oltre le sbarre

La possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, quello vero però, al di fuori delle sbarre, è allo stesso tempo il grande valore aggiunto offerto dal Progetto Carceri Bocconi. Un passaggio complicato, ma che fa davvero la differenza per gli ex detenuti, e nel quale entrano in gioco alcune aziende che in questi anni hanno sposato la causa, da Nestlè a Nespresso, a Redion. “Per noi creare valore significa contribuire anche al benessere delle comunità in cui operiamo”, spiega Giorgio Norza, Chief People Officer di Redion Italia (ex Europ Assistance), azienda nella quale oggi sono inseriti due laureati usciti dal Progetto Carceri. “Offrire una concreta opportunità professionale a persone che hanno intrapreso un percorso di responsabilizzazione e reinserimento consente loro di tornare a esercitare un ruolo attivo, costruire nuove relazioni e vedere riconosciuto il proprio contributo”. L’inserimento segue gli stessi criteri professionali e organizzativi previsti per ogni nuovo collega, modulando però tempi e modalità per tenere conto delle condizioni specifiche di ciascuna persona e delle esigenze legate al proprio percorso. “Questa attenzione non dipende dal loro vissuto”, tiene a precisare Norza, “ma è la stessa che riserviamo a tutti e nasce dalla volontà di rispettare la situazione individuale e, in questo specifico caso, sostenerne concretamente il reinserimento. È fondamentale in questa fase tutelare, per esempio, la riservatezza ed evitare qualsiasi forma di stigma, perché ciascuno sia riconosciuto per le proprie competenze, il proprio impegno e il contributo che può offrire all’interno di un contesto professionale fondato sulla fiducia e sulla responsabilità”.

Fare rete per ampliare l’impatto

L’esperienza positiva del Progetto Carceri in questi 10 anni non si esaurisce solo al suo interno, ma ha rafforzato le motivazioni dell’università per inaugurare altre iniziative destinate al mondo carcerario, a cominciare dalle Legal Clinics, un servizio organizzato dalla professoressa di Diritto penale Melissa Miedico, per il quale gli studenti di Giurisprudenza offrono consulenza e assistenza legale gratuita ai detenuti. “In questi mesi abbiamo anche firmato una Convenzione con il Tribunale di Milano per ricevere in Bocconi alcune persone che si trovano in regime di esecuzione penale esterna, ovvero condannati a svolgere lavori socialmente utili”, ricorda Cartabia. “Non ultimo, stiamo lavorando con gli altri atenei coinvolti nella Cnupp (la Conferenza nazionale dei Delegati dei rettori per i Poli universitari penitenziari) per creare i presupposti per la creazione di un polo universitario penitenziario che riunisca l’offerta formativa per i detenuti. Solo facendo rete si potrà ottenere un impatto più significativo per la vita di queste persone e per il Paese”.