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Storie di sopravvivenza delle PMI nell’Italia dell’autarchia

, di Andrea Costa
Le imprese di ieri dicono qualcosa del mondo che sta arrivando

La deglobalizzazione non arriva mai all’improvviso. È un processo lento, fatto di spostamenti del potere, frizioni commerciali, tensioni geopolitiche che sembrano corrodere ciò che, fino a un attimo prima, appariva stabile. Accade oggi, e accadde quasi un secolo fa.

Valeria Giacomin (Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche Bocconi) e Francesco Romagnoli (dottorando nello stesso dipartimento) in un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Management Studies descrivono infatti un clima che potrebbe appartenere al presente tanto quanto agli anni Trenta del secolo scorso: «L’era dell’iper-globalizzazione (…) ha lasciato spazio a un periodo di deglobalizzazione, caratterizzato da crescente protezionismo, nazionalismo economico e riallineamenti geopolitici».

Le loro pagine non parlano tuttavia di colossi multinazionali, ma di un universo più fragile, spesso invisibile: quello delle piccole e medie imprese italiane, protagoniste loro malgrado di un’economia che aveva deciso di chiudersi per decreto, ideologia e necessità.

L’Italia dell’autarchia: un set teatrale di restrizioni e improvvisazioni

Tra il 1936 e il 1943 l’autarchia (cioè la spinta verso una economia meno dipendente dall’estero a causa delle sanzioni internazionali contro il regime fascista che aveva invaso l’Etiopia) divenne forzatamente l’ambiente di vita per migliaia di imprenditori. Le importazioni venivano limitate, i prezzi controllati, le materie prime razionate, e perfino il linguaggio industriale era intriso di retorica nazionalista.

In questo scenario, Giacomin e Romagnoli hanno seguito le tracce di 98 imprese che cercavano finanziamenti dall’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), scoprendo un paesaggio umano fatto di speranze, ansie, strategie improvvisate e intuizioni brillanti. Ogni domanda di prestito, ogni relazione tecnica, ogni scambio di corrispondenza diventava un frammento di un racconto più grande: quello della sopravvivenza.

La deglobalizzazione, insomma, non è un concetto astratto. È il modo in cui un’impresa guarda il proprio magazzino e capisce che ciò che prima arrivava dall’estero ora è introvabile. È la scelta tra licenziare o reinventarsi. È una questione di vita o di morte aziendale.

Storie di imprese che hanno cambiato pelle

Tra le testimonianze riemerse dagli archivi, alcune colpiscono per la loro capacità di trasformare un rischio esistenziale in un salto strategico.

SAIWA: dal lusso al forno di casa

SAIWA, ancora oggi marchio ben noto di biscotti per il consumo quotidiano, negli anni Trenta era un’azienda quasi artigianale, specializzata in prodotti di nicchia. La crisi colpì duro: nuove tasse rendevano i suoi ingredienti più costosi, mentre la domanda internazionale calava. Per molte imprese dell’epoca sarebbe stato un colpo mortale. Ma SAIWA rispose reinventandosi, decidendo di diventare ciò che non era mai stata: un marchio popolare.

Gli autori descrivono il momento in cui questa metamorfosi avvenne: «SAIWA riuscì a riconfigurare rapidamente la propria strategia, spostandosi verso prodotti destinati al consumo domestico di massa. (…) La strategia pagò immediatamente: l’azienda tornò in utile nel 1935 e raddoppiò le vendite nel 1936.»

È la storia di un’impresa che capisce che il suo futuro non è più nel lusso, ma nel mercato di massa. Un dettaglio che dice molto: mantenne comunque la cura estetica del packaging, come se la sua identità più elegante non volesse scomparire del tutto, ma trasformarsi.

Ducati: il patriottismo come strategia industriale

Tutt’altra atmosfera circonda Ducati, allora produttrice di strumenti di precisione. La sua non fu una semplice riorganizzazione del catalogo, ma una scelta narrativa: raccontarsi come pilastro dell’autosufficienza tecnologica italiana.

Nei documenti presentati all’IMI, l’azienda dichiarava: «Per dieci anni, Ducati ha prodotto solo materiali prima importati. (…) In caso di guerra (…) potrebbe diventare una delle più importanti fabbriche di dispositivi di precisione per artiglieria, aeronautica e marina.»

In altre parole, Ducati capì che, in tempi di nazionalismo economico, non bastava produrre: bisognava incarnare un ruolo, essere necessari al progetto politico del Paese. Questa intuizione aprì loro le porte dei finanziamenti e gettò le basi per la reputazione industriale che li avrebbe accompagnati negli anni successivi.

Le regole non scritte della resilienza

Tra le righe del loro studio, Giacomin e Romagnoli non raccontano solo cosa fecero le imprese, ma cosa impararono. La loro analisi suggerisce che, in tempi di crisi profonda, la forza non deriva soltanto dalla capacità produttiva, ma dalla flessibilità narrativa, dalla velocità di riconfigurazione e dalla prontezza nell’intercettare il vento politico.

Un passaggio lo chiarisce con forza: «La chiave sta nel sapersi dirigere verso segmenti di mercato locali più ampi, dove la fedeltà al brand nazionale può diventare un potente vantaggio competitivo.»

Le PMI che sopravvissero seppero ridefinire il proprio pubblico, ripensare i propri prodotti, cambiare identità quando era necessario. Senza questa elasticità, molte non arrivarono al dopoguerra.

Un’eredità per il presente

La forza narrativa di questo studio è che non parla soltanto del passato. Racconta un presente che si sta lentamente rivelando. Le dinamiche di oggi — dalla guerra commerciale tra grandi potenze alle interruzioni delle catene del valore, dai dazi alle nuove politiche industriali — riecheggiano quelle di allora, e le reazioni delle PMI italiane degli anni Trenta sembrano quasi un manuale di istruzioni per ciò che ci attende.

VALERIA GIACOMIN

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche