Intrappolati nelle scelte sbagliate
Perché aziende, manager e intere industrie finiscono spesso su strade che, col senno di poi, si rivelano chiaramente sbagliate? Perché continuiamo a usare tecnologie inefficienti, standard inferiori o strategie che sembrano sensate solo fino a quando non è troppo tardi per cambiare?
La risposta classica dell’economia sta in due parole: path dependence. Una volta imboccata una strada, tornare indietro diventa costoso, complicato, talvolta impossibile. Le decisioni iniziali si auto-rinforzano, le alternative scompaiono e il sistema rimane “bloccato”, anche quando emergono soluzioni migliori.
Saeid Kazemi (Bocconi PhD e fellow di ION Management Science Lab – SDA Bocconi), Arnaldo Camuffo (Dipartimento di Management e Tecnologia, Bocconi e ION Management Science Lab – SDA Bocconi School of Management), Alfonso Gambardella (Dipartimento di Management e tecnologia e ION Management Science Lab –, SDA Bocconi) sono del parere che questa spiegazione è incompleta, come spiegano in un loro recente articolo su Industrial and Corporate Change. Non sono solo gli eventi esterni o le “coincidenze storiche” a determinare le traiettorie di lungo periodo. Conta moltissimo anche ciò che succede prima della decisione: come i decisori interpretano la situazione, quali teorie usano per leggerla, e soprattutto che idea si fanno del futuro.
Sapere di rischiare il lock-in non è sufficiente
Rendere i decisori consapevoli dei meccanismi di path dependence (cioè del fatto che certe scelte possono diventare irreversibili) rappresenta un passo decisivo per migliorare la qualità delle decisioni. Ma in quali condizioni questa maggiore consapevolezza funziona davvero?
Gli autori rispondono a questa domanda con un esperimento controllato che riprende un caso celebre: la nascita della tastiera QWERTY. Ai partecipanti, tutti manager, è stato chiesto di mettersi nei panni dell’inventore Christopher Latham Sholes e scegliere tra tre alternative. La prima risolve il problema immediato: quasi nessun inceppamento, ma una velocità di scrittura molto bassa. La seconda è una soluzione di compromesso: funziona discretamente, senza eccellere. La terza è rischiosa: oggi si inceppa facilmente, ma permette di scrivere molto più velocemente e potrebbe diventare superiore se la tecnologia migliorasse. Prima di scegliere, però, i partecipanti ricevono informazioni diverse. Alcuni non ricevono alcun avvertimento aggiuntivo, altri vengono esplicitamente messi in guardia: una volta che una tastiera si diffonde, cambiare standard diventa difficile e costoso. Altri ancora ricevono, oltre a questo avvertimento, un messaggio sul futuro: in certi casi pessimista (“le cose potrebbero andare peggio”), in altri ottimista (“ci sono buone ragioni per credere che i problemi tecnici verranno risolti”).
Ebbene, la maggior parte dei partecipanti continuava a scegliere la soluzione più sicura nel breve periodo. Solo quando la consapevolezza del rischio di lock-in era accompagnata da una visione positiva del futuro, una quota significativa di decisori ha accettato di correre il rischio iniziale scegliendo l’opzione migliore nel lungo periodo.
L’ottimismo fa la differenza
La situazione quindi cambia solo quando alla consapevolezza si aggiunge un secondo elemento: una visione positiva del futuro. I decisori iniziano a scegliere l’opzione migliore nel lungo periodo solo quando sanno di trovarsi di fronte a un possibile lock-in e, allo stesso tempo, credono che quella strada potrà migliorare grazie a sviluppi futuri favorevoli.
La consapevolezza della path dependence rende molto visibili i rischi: se sbagli adesso, potresti non riuscire più a correggere l’errore. Senza una prospettiva positiva, questa consapevolezza spinge a rifugiarsi nella soluzione più sicura oggi, anche se mediocre domani. L’ottimismo, invece, riequilibra la decisione: rende più sopportabili i sacrifici iniziali perché dà senso al percorso nel tempo.
La paura di sbagliare oggi pesa più dei benefici di domani
Per spiegare questi risultati, lo studio richiama la Prospect Theory, una delle teorie più consolidate della psicologia economica. Le persone tendono a dare molto più peso alle perdite immediate che ai guadagni futuri. Nel caso della tastiera, il rischio di inceppamenti oggi conta più della promessa di una maggiore efficienza domani.
La consapevolezza della path dependence, da sola, non attenua questo meccanismo. Anzi, può rafforzarlo: rende ancora più saliente il costo di una scelta sbagliata. Come osservano gli autori, “solo il la consapevolezza della path dependence combinata con un'aspettativa concreta e positiva può compensare parzialmente l'avversione alle perdite.”
Le simulazioni con agenti basati su modelli di intelligenza artificiale confermano questa dinamica. Quando gli agenti “leggono” il problema con attenzione, colgono perfettamente il senso delle istruzioni. Ma quando l’orizzonte temporale si accorcia o le perdite immediate diventano più evidenti, anche loro finiscono per privilegiare la sicurezza di breve periodo.
Dunque, non basta spiegare ai manager che esiste la path dependence, né metterli in guardia dai rischi di lock-in. Senza una visione credibile e positiva di ciò che può accadere lungo una strada alternativa, la consapevolezza resta sterile o addirittura controproducente.
Per evitare di rimanere intrappolati in scelte subottimali servono due cose insieme: la lucidità di capire che alcune decisioni sono difficili da invertire, e la capacità di immaginare un futuro in cui valga la pena correre un rischio oggi. Senza questo secondo ingrediente, la razionalità resta inchiodata al presente.