La nuova geografia del lavoro in Europa
Negli ultimi anni, il lavoro da remoto è passato da privilegio di pochi a leva strutturale delle economie avanzate. La pandemia ha accelerato una trasformazione già in atto, ma oggi la vera domanda è un’altra: che impatto ha questa rivoluzione sulla geografia sociale ed economica dell’Europa?
Un nuovo studio pubblicato su Nature prova a rispondere con numeri senza precedenti, offrendo uno dei dataset più ampi mai raccolti sul tema. Lo studio è stato condotto da un gruppo internazionale di ricercatori che comprende Greta Nasi (Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche Bocconi).
20mila lavoratori europei sotto la lente
Lo studio presenta un’indagine condotta nell’estate 2024 su oltre 20.000 lavoratori europei, denominata Progetto R-MAP, con l’obiettivo di analizzare come il lavoro da remoto influenzi produttività, benessere, mobilità e scelte di vita. Non si tratta di un semplice sondaggio: è una base dati pensata per orientare politiche pubbliche e strategie aziendali.
Come spiegano gli autori, “il lavoro a distanza… offre un grande potenziale per promuovere la coesione territoriale dell’Unione europea sotto il profilo sociale, economico e ambientale.”
In altre parole, il lavoro da remoto non è solo una modalità organizzativa: è uno strumento potenzialmente decisivo per ridurre le disuguaglianze tra città e aree rurali.
La flessibilità è tutto, ma non è gratis
Il dato più netto che emerge è quanto la flessibilità di luogo e orario sia diventata centrale per i lavoratori europei. Non si tratta di un vezzo generazionale: la ricerca mostra che la possibilità di scegliere quando e dove lavorare è ormai considerata uno dei parametri principali della qualità del lavoro, alla pari con le opportunità di carriera e lo stipendio.
Eppure questa libertà ha un costo nascosto. Molti lavoratori riferiscono di avere difficoltà a mantenere un sano equilibrio tra vita professionale e personale quando lavorano da remoto. Il confine tra le due sfere si assottiglia, e non sempre in modo piacevole. Il lavoro tende a “traboccare” nelle ore libere, e la fine della giornata lavorativa diventa un concetto sempre più vago. Alcuni trovano in questo un vantaggio (possono gestire i ritmi a modo loro), altri una trappola.
Chi teme per la carriera e chi no
Uno dei temi più discussi nei circoli professionali è il famoso principio dell'“out of sight, out of mind”: chi lavora da remoto rischia di essere dimenticato quando arriva il momento delle promozioni? I dati della ricerca mostrano che questa preoccupazione è diffusa tra i partecipanti, anche se il quadro è complesso.
Studi citati nell'articolo suggeriscono che la vicinanza fisica ai colleghi — soprattutto ai mentori — ha un impatto reale sullo sviluppo del capitale umano, in particolare per i profili junior. Lavorare accanto a chi ne sa di più favorisce feedback spontanei, domande, apprendimento informale. La distanza fisica può ostacolare tutto questo, con effetti che si manifestano non subito, ma nel lungo periodo. Un punto su cui i sostenitori del remote working totale farebbero bene a riflettere.
I limiti della ricerca
Gli autori ammettono che ci sono dei limiti nel loro studio. Il campione, pur enorme, tende a sovrarappresentare i lavoratori con titoli di studio elevati (62% dei partecipanti, contro una media europea del 32%) e chi opera in settori come IT, ricerca e istruzione. Non sorprende: sono proprio queste le categorie che lavorano di più da remoto e che hanno più dimestichezza con le survey online.
Questo significa che i dati raccontano principalmente la storia di chi il lavoro da remoto lo può fare. Per chi invece svolge mansioni che richiedono presenza fisica come operai, infermieri, commessi, la rivoluzione del remote working rimane un miraggio.
Cambiamenti strutturali
Il lavoro da remoto non è solo una questione di preferenze individuali. È una forza che sta ridisegnando città e periferie, reti di trasporto, mercati immobiliari, politiche sociali. I dati raccolti dal progetto R-MAP — disponibili in accesso aperto per chiunque voglia studiarli — offrono a ricercatori e amministratori uno strumento prezioso per capire dove stiamo andando.
La vera domanda non è se il lavoro da remoto sia ‘buono’ o ‘cattivo’, ma come renderlo equo per tutti, superando le disuguaglianze sociali (tra chi ha una casa spaziosa e chi no), digitali (connessione veloce, lavori che possono essere svolti al computer) e geografiche (tra chi vive in aree urbane o rurali).