Il contagio silenzioso: quando l'esposizione alla mafia indebolisce i controlli nell'economia legale
Per anni il dibattito su mafia ed economia si è concentrato sulle imprese direttamente infiltrate. Ma la criminalità organizzata non è un mondo a parte: cammina dentro l’economia legale e lascia tracce in chi la incontra, anche quando il contatto avviene sul piano apparentemente neutrale dei rapporti professionali. In questa zona di confine si muovono reti di consulenti e intermediari, e tra questi i sindaci che siedono nei collegi sindacali occupano una posizione chiave, perché sono chiamati a monitorare la correttezza dei bilanci e il rispetto delle regole.
Il punto di partenza dello studio è proprio questo paradosso: cosa succede quando chi dovrebbe controllare è stato esposto a contesti opachi? È una domanda che finora la letteratura ha solo sfiorato, e che riguarda da vicino il sistema produttivo italiano: nel campione analizzato, il 59% delle imprese pulite si affida a un collegio sindacale che include almeno un sindaco con questo tipo di esposizione.
I sindaci “esposti”: chi sono e perché contano
A indagare il fenomeno sono Pietro A. Bianchi, Antonio Marra e Nicola Pecchiari (tutti del Dipartimento di Accounting Bocconi) insieme a Jere R. Francis (University of Missouri). Gli autori introducono una categoria originale, quella dei “suspect accountants” — che potremmo tradurre come “sindaci esposti” —, definendoli come professionisti che hanno fatto parte del collegio sindacale di imprese i cui amministratori, dirigenti o soci risultano coinvolti in indagini legate al crimine organizzato. La definizione non implica colpevolezza diretta, ma segnala un elemento cruciale: l’esposizione a un ambiente in cui pratiche illegali o borderline possono essere più frequenti.
La vera innovazione dello studio è però un’altra. Gli autori non analizzano questi sindaci quando lavorano per aziende sospette, ma osservano il loro comportamento quando assistono imprese completamente “pulite”. È qui che si misura l’eventuale effetto di spillover.
La metodologia: dati riservati e confronto tra imprese
Per affrontare la questione, lo studio utilizza una metodologia particolarmente robusta e inedita. I ricercatori hanno infatti incrociato i dati contabili delle aziende con informazioni provenienti da una banca dati riservata di natura investigativa, che permette di identificare gli individui coinvolti in indagini per reati di stampo mafioso (associazione mafiosa, usura, estorsione, traffico di stupefacenti, falsa fatturazione e altri reati riconducibili al perimetro della criminalità organizzata). Questo ha consentito di costruire un dataset unico, in cui è possibile tracciare sia le imprese collegate alla criminalità sia i professionisti che vi hanno lavorato.
Il campione finale comprende oltre 11.000 imprese private italiane con sede in Lombardia, per un totale di circa 63.000 osservazioni anno-impresa relative al periodo 2006-2013. Lo studio distingue tra aziende “pulite” nei cui collegi sindacali siede almeno un sindaco esposto e aziende simili seguite da collegi i cui membri non risultano legati a tali contesti. Attraverso modelli econometrici avanzati e con tecniche di matching e correzione per la selezione del campione, gli autori confrontano la qualità dei bilanci e delle pratiche fiscali nei due gruppi, isolando l’effetto della presenza di questi sindaci.
Meno tasse e controlli più deboli
I risultati mostrano un modello coerente e significativo. Le imprese “pulite” seguite da sindaci esposti tendono a presentare comportamenti contabili più aggressivi, soprattutto nella direzione di ridurre il carico fiscale. Il punto, sottolineano gli autori, è che queste imprese spingono più a fondo sulla leva della riduzione del reddito imponibile, e i sindaci che dovrebbero contenerle si rivelano più tolleranti: la discrezionalità nella gestione degli utili si amplia, e i contrappesi del monitoraggio si attenuano.
Non si tratta solo di un effetto marginale. Le imprese coinvolte mostrano sistematicamente aliquote fiscali effettive più basse, una maggiore frequenza di rettifiche fiscali e una più alta probabilità di dichiarare perdite. Lo scarto sull’aliquota effettiva è di 1-2 punti percentuali rispetto al gruppo di controllo: un divario che, applicato all’intero sottoinsieme di imprese seguite da collegi sindacali con sindaci esposti, gli autori traducono in una stima di 200-400 milioni di euro di mancato gettito per il fisco italiano nel solo campione esaminato. A parità di condizioni, questi collegi sindacali costano di più — applicano fee di revisione superiori — e nelle loro relazioni il campanello d'allarme sulla continuità aziendale (il going concern) suona molto meno spesso, anche quando i numeri del cliente lo giustificherebbero. Tutti segnali che puntano nella stessa direzione: una qualità inferiore del monitoraggio.
Apprendimento e normalizzazione
Per spiegare questi risultati, lo studio richiama i meccanismi dell’apprendimento comportamentale. L’idea è che l’esposizione ripetuta a pratiche aggressive possa modificarne la percezione, rendendole progressivamente accettabili: un professionista che osserva schemi di pianificazione fiscale aggressiva andare a buon fine, senza conseguenze, è portato a interiorizzarli come prassi accettabile.
Nel paper si osserva che non serve un’intenzione fraudolenta esplicita: basta un processo graduale di adattamento, in cui ciò che era anomalo diventa familiare e poi normale. La novità più rilevante del lavoro è però la verifica empirica di questo meccanismo. Confrontando il comportamento dei singoli sindaci prima e dopo la loro prima nomina nel collegio di un’impresa legata alla criminalità organizzata, gli autori osservano un cambiamento: gli stessi professionisti, una volta entrati in contatto con quel mondo, mostrano nei loro clienti puliti aliquote fiscali più basse, più rettifiche fiscali, più perdite e politiche di bilancio più aggressive. Non sono dunque sindaci selezionati a monte perché già predisposti a pratiche aggressive: è l’esposizione, suggerisce lo studio, a spostare nel tempo l’asticella di ciò che viene considerato accettabile.
Il contesto italiano: un terreno fertile
L’Italia rappresenta un caso particolarmente adatto per osservare questi fenomeni. La forte integrazione tra bilancio civilistico e base imponibile fiscale crea incentivi potenti a ridurre gli utili dichiarati. A questo si aggiunge un’aliquota societaria tra le più alte in Europa, che amplifica la pressione sulle scelte contabili. Allo stesso tempo, il sistema dei collegi sindacali — tre professionisti esterni che firmano insieme la relazione di revisione e rispondono in solido del proprio operato — rende i singoli sindaci responsabili in prima persona della correttezza fiscale e di bilancio del cliente, in un assetto diverso da quello dei grandi network di revisione internazionali. Sulla carta, dunque, l’Italia dispone di un’architettura di controllo più stringente rispetto a molti altri paesi. Nei fatti, però, l’enforcement è considerato relativamente debole: la letteratura citata dagli stessi autori descrive un sistema fiscale e giudiziario caratterizzato da tempi lunghi, basso tasso di condanne effettive e capacità sanzionatoria limitata. È proprio in questo scarto tra rigore normativo e applicazione concreta che si apre lo spazio per comportamenti opportunistici: il disegno formale dei collegi sindacali promette un monitoraggio rafforzato, ma in assenza di controlli ex post efficaci la deterrenza per i singoli sindaci si attenua, e diventa più plausibile che esposizioni a contesti opachi finiscano per pesare sulle scelte di chi dovrebbe vigilare.
In questo quadro, anche una lieve riduzione della qualità del monitoraggio può avere effetti amplificati, sia a livello di singola impresa sia per il sistema nel suo complesso.
Un rischio sistemico
Il contributo più importante dello studio è forse proprio questo: mostrare che l’influenza della criminalità organizzata può diffondersi attraverso canali indiretti. Non solo proprietà e controllo, ma anche relazioni professionali e routine operative.
Quando gli autori concludono che questi sindaci esercitano un’attività di monitoraggio meno efficace anche nell’economia legale, stanno indicando un problema che va oltre i singoli casi. Il rischio è quello di un deterioramento diffuso della qualità dei controlli, con effetti su trasparenza, concorrenza e gettito fiscale.
Dal punto di vista delle autorità di vigilanza, la lezione è che il contrasto al crimine organizzato non può limitarsi alle imprese formalmente infiltrate. Servirebbe un’attenzione strutturale ai professionisti che, per via dei loro incarichi passati, hanno maturato un’esposizione prolungata a contesti opachi: dalla revisione dei criteri di iscrizione e supervisione degli ordini professionali fino agli strumenti di vigilanza fiscale e antiriciclaggio. Perché è in questi spazi intermedi tra economia legale e illegale, suggeriscono i risultati, che si gioca una parte importante della partita.