Il lavoro da remoto non è un luogo
Per decenni, il lavoro da remoto è stato considerato una prospettiva futuristica o un’opzione riservata a una ristretta élite di lavoratori “privilegiati”. La pandemia ha poi accelerato bruscamente questo cambiamento, rendendolo in breve tempo una realtà quotidiana per milioni di persone e spostando le attività lavorative nelle nostre abitazioni. Tuttavia, lavorare da remoto non significa semplicemente trasferirsi dalla scrivania dell’ufficio a quella di casa, ma implica piuttosto un ripensamento più ampio e profondo del modo in cui il lavoro viene organizzato e vissuto.
La ricerca
Di questo si è occupato uno studio condotto presso una grande azienda italiana operante nel settore dei servizi e caratterizzata da un’ampia diffusione del lavoro a distanza tra i dipendenti. La ricerca ha analizzato le implicazioni dell’intensità del lavoro da remoto (frequenza e senso di affaticamento del lavoro a distanza), delle caratteristiche del lavoro (autonomia e interdipendenza delle attività lavorative), della qualità delle relazioni sociali (con i colleghi e con il capo) rispetto alla soddisfazione e all’ingaggio, differenziando le analisi in base al ruolo dei lavoratori (manager e collaboratori).
Appagamento e ingaggio
Il primo dato sorprende: il numero di giorni trascorsi lavorando da casa non incide sul sentirsi più o meno soddisfatti del proprio lavoro. È un risultato che invita a rivedere un’idea molto diffusa, cioè che lavorare da remoto significhi automaticamente più benessere. Nella pratica, la situazione è più sfumata. La possibilità di organizzare il proprio tempo convive spesso con altri aspetti, come la perdita di contatti spontanei e con una maggiore distanza dagli altri. Queste valutazioni, positive e negative, sembrano bilanciarsi.
Quando però si guarda all’ingaggio, cioè quanto si investe in termini di energie e attenzione sul lavoro, il quadro cambia. Più aumentano i giorni di lavoro da remoto, più l’ingaggio tende a ridursi. Non è un effetto immediato, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, legato anche al modo in cui si mantengono le relazioni e il senso di appartenenza.C’è poi un aspetto che emerge con chiarezza: non conta solo “dove” si lavora, ma “quanto costa”, in termini di energia, concentrarsi in ambienti meno protetti, coordinarsi senza vedersi, colmare le lacune della comunicazione. Quando questa fatica aumenta, diminuiscono sia la soddisfazione che l’ingaggio.
Non tutti i lavori sono uguali
Anche il tipo di lavoro fa la differenza. Chi ha più autonomia riesce a trarre maggior beneficio dal lavorare a distanza, soprattutto tra chi non ha responsabilità di coordinamento. Quando le attività lavorative, invece, sono caratterizzate da una forte interdipendenza, la distanza riduce la soddisfazione, specialmente tra i collaboratori.
Infine, un ruolo fondamentale è quello delle relazioni. Il legame con i colleghi, e ancora di più quello con il proprio responsabile, hanno un peso decisivo. Dove questi rapporti funzionano, le persone si sentono più coinvolte e più soddisfatte. E questo vale sia per chi coordina sia per chi è coordinato.
Il rapporto col capo
In particolare, il rapporto con il capo assume un ruolo centrale. Non solo migliora direttamente l’esperienza lavorativa, ma attenua anche gli effetti negativi della fatica legata al lavoro a distanza. In altre parole, una buona relazione con il proprio capo può compensare, almeno in parte, i limiti della lontananza.
Nel complesso, il lavoro da remoto non appare né una soluzione semplice né un problema in sé. I suoi effetti dipendono da come è organizzato, da che tipo di attività si svolgono e da come funzionano i rapporti tra le persone. Non basta decidere quanti giorni stare in ufficio e quanti a casa. La vera sfida è più profonda e riguarda il modo in cui il lavoro viene progettato e vissuto. Perché quando cambiano i luoghi e i tempi, cambia anche il modo in cui le persone si sentono dentro il lavoro.