guardare anche agli asset
Concordo con l'analisi fatta dal prof. Grant sulla cattiva interpretazione che le imprese hanno fatto della creazione di valore, in particolare l'eccessiva enfasi sul breve periodo. Concordo anche sull'importanza di valutare le opzioni che rappresentano il successo futuro delle impresa. Nonostante questo, la riflessione di Grant in alcuni punti non mi convince. Grant, di fatto, non mette in discussione il modello della creazione di valore, solo cerca di rettificarlo partendo dagli errori di adozione che sono stati fatti in questi anni. Io penso, al contrario, che misurare il successo di un impresa sul valore creato per i propri azionisti sia una misura sbagliata che porta a conseguenze potenzialmente molto negative. Provo a spiegarmi. I fautori e gli entusiasti della creazione di valore considerano la competitività come automaticamente raggiunta nel momento in cui un'impresa crea valore per gli azionisti. Lo scopo dell'impresa – dicono – è aumentare il valore del capitale investito, per cui il fatto che un'azienda ci riesca, è sinonimo della sua crescita di capacità competitiva (per capacità competitiva intendo la capacità di un'impresa di restare sul mercato in maniera economicamente redditizia nel lungo periodo e ricordo che molte ricerche evidenziano come la vita media delle imprese sia passata da 24 anni nei primi anni '90 a 12 anni nel 2007, quindi prima di questa crisi finanziaria). Ora, ogni processo economico tende alla distruzione di energia disponibile in modo irreversibile. Pertanto l'attività di un'impresa finalizzata a creare valore distrugge energia disponibile (sotto forma di asset) per il proprio processo evolutivo (autopoiesi). Se ci si limita a valutare la creazione di valore come misura del successo delle imprese, non si conoscono la quantità e la qualità degli asset utilizzati dall'impresa per generare un dato valore per gli azionisti. La conseguenze è che non vi è alcuna certezza che il processo di creazione di valore non sia effimero e quindi porti alla distruzione di ricchezza e, nella peggiore delle ipotesi, alla morte stessa dell'organizzazione. A mio, parere, quindi accanto alla misura della creazione di valore economico-finanziario, occorre affiancare la misura degli asset (non solo fisici e finanziari) che essa ha a disposizione. E' proprio la ridondanza di questi asset che consente le opzioni future per la sopravvivenza dell'impresa. Mi sembra un buon modo per valutare la creazione di valore (nel breve periodo) e verificare che questa non abbia intaccato le risorse intangibili che serviranno domani. Mi riferisco ad asset quali la reputazione dell'azienda sul mercato, le competenze delle proprie persone, la soddisfazione dei clienti e così via. Grant dice che l'impresa nel processo di creazione di valore non dovrebbe ignorare gli interessi degli altri stakeholders. Mettere a confronto il valore per gli azionisti con i suddetti asset mi sembra un modo concreto per leggere correttamente la gestione aziendale ed impedire che si sacrifichino risorse fondamentali per il futuro dell'azienda (le famose opzioni) sull'altare del presente.