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Cosa resta del pensiero di Adam Smith?

, di Massimo Amato , Michele Bee
Due secoli e mezzo dopo, il padre del liberalismo appare ridotto a un’icona: ma il suo pensiero lega mercato e società molto più di quanto racconti la lettura dominante

Sono passati duecentocinquant’anni da quando Adam Smith pubblicò La ricchezza delle nazioni nel 1776, un libro comunemente considerato il testo fondativo del pensiero economico moderno. “Moderno” nel senso che dovrebbe segnare una rottura con le riflessioni moralizzanti degli autori precedenti e inaugurare l’analisi, ritenuta neutrale, del comportamento economico in quanto tale.

Smith e il mito fondativo

Due secoli e mezzo dopo, Smith continua a essere invocato come il padre fondatore del liberalismo economico. Oppure, come lo definì uno dei più influenti esponenti di questa tradizione, George Stigler: La ricchezza delle nazioni è “uno stupendo palazzo costruito sul granito dell’interesse personale”.

Eppure, proprio questo successo nasconde un problema. Ciò che oggi resta di Smith è in gran parte una figura semplificata, un’icona arruolata al servizio di un’ideologia.

In questa lettura, Smith sarebbe l’autore che ha insegnato che l’interesse individuale, se lasciato libero di operare, produce spontaneamente ordine e prosperità. L’immagine è familiare anche a chi conosce poco altro di Smith: non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro interesse.

Da questo passaggio, il pensiero economico tra Ottocento e Novecento ha costruito l’immagine di Smith come precursore dell’individualismo metodologico e dell’homo oeconomicus: l’individuo che massimizza la propria utilità e per il quale — parafrasando Margaret Thatcher — “la società non esiste” (society does not exist).

Una lettura riduttiva

Ma se questa lettura comune fosse profondamente sbagliata?

Diciassette anni prima della Ricchezza delle nazioni, Smith aveva pubblicato un’altra opera fondamentale, Teoria dei sentimenti morali, un libro dedicato non all’egoismo ma alla simpatia, al giudizio morale e alle condizioni della convivenza sociale. E, a essere precisi, il celebre passaggio sul macellaio prosegue evocando non l’interesse personale ma l’amor proprio: una disposizione che presuppone il desiderio di essere riconosciuti dagli altri per i buoni servizi che si rendono loro.

Non è quindi un caso che nella Ricchezza delle nazioni Smith colleghi la propensione umana allo scambio con la facoltà del linguaggio, e dunque con la sociabilità stessa. I mercati non nascono dall’interazione di egoisti isolati. Nascono dalla nostra capacità di rivolgerci gli uni agli altri, di persuadere e di raggiungere accordi. Lungi dal fondare una teoria dell’individualismo radicale, Smith interpreta lo scambio come espressione di una forma di sociabilità naturale: il modo in cui gli esseri umani organizzano la cooperazione.

Società e scambio

Come si può vedere, basta togliere una sola “s” dalla celebre formula di Margaret Thatcher — “society does not exist”. Per Smith, in effetti, la società non abbandona mai l’orizzonte dello scambio.

In questa prospettiva, la concorrenza non è l’esaltazione della forza, né l’equilibrio il semplice esito di un braccio di ferro tra poteri in competizione. Lo scambio, per Smith, si fonda in ultima analisi sulla capacità di comprendersi reciprocamente.

Qui iniziamo a vedere come Smith sia diventato una figura mutilata, e il liberalismo contemporaneo una curiosa caricatura del suo pensiero: un mondo pieno di macellai ed egoisti, ma con sempre meno tracce di Smith stesso.

Un pensiero ancora da comprendere

Esiste anche un altro Smith che raramente entra nelle celebrazioni canoniche: lo Smith fortemente critico nei confronti dell’Impero britannico e delle pratiche commerciali coloniali, ostile a qualsiasi sistema di dominio economico fondato sulla mera forza. Come scrisse una volta a un amico, per lui la Ricchezza delle nazioni era “un attacco molto violento… contro l’intero sistema commerciale della Gran Bretagna”.

Duecentocinquant’anni dopo il suo libro più famoso, la vera domanda potrebbe quindi non essere semplicemente che cosa resta di Adam Smith, ma che cosa in Smith resta ancora da pensare. Forse molto — soprattutto se lo leggiamo come un pensatore aperto, impegnato a comprendere i legami fragili su cui una società può reggersi, piuttosto che come il fondatore chiuso di una dottrina granitica. La società vive di scambio, certo — ma di uno scambio in cui i sentimenti morali non sono un’aggiunta decorativa.

E forse proprio oggi — in un momento in cui il soft power dell’Occidente sembra indebolirsi e il linguaggio dei mercati torna a mescolarsi con la dura grammatica del potere e della forza — tornare a Smith con maggiore attenzione può rivelarsi meno un esercizio commemorativo che un compito intellettuale urgente.

MASSIMO AMATO

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche

MICHELE BEE

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche