Tagliare gli sprechi senza punire i cittadini: la lezione colombiana sull’austerità
È possibile fare austerità senza pagare un prezzo sociale e politico? Secondo Maria Carreri (Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, centro di ricerca Dondena, Università Bocconi, e CEPR) e Luis R. Martínez (Emory University), la risposta è affermativa, a patto di sapere dove intervenire e tenendo in considerazione le preferenze degli elettori.
Nel loro studio pubblicato sul Journal of the European Economic Association, Carreri e Martínez si concentrano su un esperimento naturale avvenuto in Colombia all’inizio degli anni Duemila: l’introduzione di una regola fiscale che imponeva ai comuni un tetto alla spesa amministrativa. Il risultato è forse inatteso ma netto: meno sprechi, conti più solidi, nessun peggioramento dei servizi pubblici e, anzi, un miglioramento delle prospettive elettorali per i partiti al governo.
Dal caos dei conti locali a una svolta istituzionale
Alla fine degli anni Novanta, molti comuni colombiani erano sull’orlo del collasso finanziario. La spesa cresceva più velocemente delle entrate, soprattutto per mantenere apparati amministrativi sovradimensionati. Nel 1999, i deficit locali avevano raggiunto livelli tali da generare stipendi arretrati, scioperi e cause legali contro i municipi.
È importante sottolineare che Il problema non era la spesa per scuole o sanità, quanto il funzionamento interno dei comuni: personale in eccesso, consulenze, spese correnti difficili da giustificare. Come scrivono gli autori, «gli sprechi negli appalti, nella pubblica amministrazione e nei trasferimenti mirati ammontano al 4,4% del PIL in America Latina.» Inoltre, a differenza ad esempio dell’esperienza Italiana, i comuni erano tra i principali responsabili dello squilibrio fiscale colombiano e gli elettori avevano già dato segni, alle urne, del loro scontento con una spesa pubblica che percepivano come rendita a vantaggio di pochi e a scapito della collettività.
Nel 2000 arriva la svolta: il governo colombiano introduce una regola fiscale che limita la spesa amministrativa dei comuni a una quota massima delle entrate correnti. I comuni che non rispettano il tetto perdono trasferimenti statali e i relativi sindaci rischiano sanzioni personali.
Un esperimento naturale per capire se le regole funzionano
La regola quindi riguarda solo i comuni che, prima del 2000, spendevano troppo. Questo permette un confronto credibile tra comuni “esposti” e “non esposti” alla riforma lungo quasi vent’anni. I risultati sono netti: nei comuni più colpiti dalla regola, la spesa amministrativa scende drasticamente e la probabilità di un deficit corrente crolla. In media, il rapporto tra spesa amministrativa ed entrate si riduce di oltre 30 punti percentuali.
Tagli sì, ma dove conta meno
Il dato più interessante arriva però dopo. A differenza di molte politiche di austerità, qui i tagli non colpiscono i servizi ai cittadini. Sanità, istruzione, infrastrutture locali, qualità della vita: nessuno di questi indicatori peggiora in modo significativo. Non si osservano effetti negativi su vaccinazioni, scuole, illuminazione notturna (usata come indicatore dell’attività economica) né sul valore degli immobili. In altre parole, la riduzione della spesa ha colpito soprattutto gli sprechi amministrativi, non i beni pubblici essenziali. «L'aggiustamento fiscale avviene principalmente attraverso tagli alla spesa amministrativa e non compromette la fornitura di beni pubblici,» scrivono Carreri e Martínez.
Il paradosso politico: più rigore, più consenso
La sorpresa finale riguarda la politica. Prima della riforma, i partiti al governo nei comuni in difficoltà venivano sistematicamente puniti alle elezioni. Dopo l’introduzione della regola fiscale, accade l’opposto: la probabilità che il partito del sindaco venga rieletto aumenta. Non perché gli elettori amino l’austerità in sé, ma perché smettono di associare l’amministrazione locale a caos finanziario e a spesa pubblica che beneficia solo pochissimi (coloro che sono impiegati dai governi locali). La regola fiscale elimina una fonte costante di malcontento.
Gli autori lo spiegano così: «Il consolidamento fiscale porta gli elettori ad essere meno insoddisfatti del proprio governo locale e aumenta la probabilità di rielezione del partito al potere.»
È un risultato che ribalta molta letteratura sull’austerità, spesso concentrata su tagli a welfare e investimenti. Qui il messaggio è diverso: non tutta la spesa pubblica è uguale agli occhi degli elettori.
Una regola valida ovunque
Il caso colombiano non è privo di significato anche per i paesi avanzati, dove i sindaci hanno molto spesso incentivi deboli a contenere la spesa amministrativa: mandati brevi, partiti fragili, costi personali elevati nel riformare la macchina pubblica. In questo contesto, una regola fiscale esterna può funzionare come “vincolo virtuoso”, allineando le scelte dei politici alle preferenze dei cittadini. Non per imporre austerità cieca, ma per tagliare dove il costo sociale è minore e il beneficio collettivo maggiore. Lo studio evidenzia come però questo circolo virtuoso può esistere se e solo se i tagli arrivano dove servono, senza ledere ai servizi ai cittadini, e intaccando rendite che premiano pochi a scapito della collettività.
In questa prospettiva, il caso colombiano suggerisce anche un legame più profondo tra regole fiscali e fiducia nella democrazia: quando il rigore colpisce gli sprechi e non i servizi, i cittadini smettono di punire chi governa. Ma la lezione, avvertono gli autori, va appresa con precisione. Estrarre conclusioni generali senza considerare contesto istituzionale, capacità amministrativa e qualità della spesa può essere pericoloso, perché in altri contesti le fiscal rules rischiano di indebolire e non rafforzare la responsabilità democratica.