Quando subentra l’accettazione, iniziamo ad apprezzare ciò che otteniamo
Tendiamo ad essere piuttosto soddisfatti delle nostre scelte. Dagli hotel all’impiego, dai beni di consumo alle opinioni politiche, la narrativa dominante in psicologia è stata a lungo che la scelta è il motore che guida la soddisfazione. Scegliamo qualcosa e poi, quasi magicamente, iniziamo ad apprezzarla di più. Ma se questa narrazione fosse incompleta? E se arrivassimo ad accettare anche risultati che non abbiamo mai scelto?
Questa è la provocatoria domanda al centro di “Bounded Rationalization: The Role of Acceptance in Postchoice and Postassignment Rationalization”, di Kurt P. Munz, Adam Eric Greenberg (entrambi del Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi) e Vicki G. Morwitz (Columbia Business School), pubblicato su Psychological Review, che mette in discussione una delle idee più consolidate nella psicologia sociale. Secondo gli autori, ciò che conta davvero non è se scegliamo un risultato, ma se lo accettiamo. Attraverso sette esperimenti e più di 2.500 partecipanti, gli autori dimostrano che le persone razionalizzano i risultati, anche quelli imposti, una volta che questi risultati sembrano “risolti e acquisiti”.
Oltre la razionalizzazione delle scelte
Per decenni, la teoria della dissonanza cognitiva ha sostenuto che la razionalizzazione inizia con la scelta. Una volta presa una decisione, secondo questa teoria, qualsiasi caratteristica negativa dell’opzione scelta entra in conflitto con il fatto che l’abbiamo scelta. Questa tensione psicologica ci spinge a minimizzare i difetti e a valorizzare le caratteristiche positive. Si tratta del classico “diffondersi delle alternative” documentato per la prima volta negli anni ‘50.
Munz, Greenberg e Morwitz non contestano l’esistenza di questo meccanismo, ma lo ampliano. La loro idea chiave è che una tensione simile può sorgere anche quando non è coinvolta alcuna scelta. Come scrivono, “ipotizziamo che la razionalizzazione sia un processo che si basa sull’accettazione di un risultato.” In altre parole, una volta che un risultato sembra acquisito, i suoi svantaggi diventano psicologicamente scomodi e la nostra mente cerca di spianarli.
L’accettazione, nella loro definizione, non è semplice gradimento. È il grado in cui un risultato sembra definitivo, inevitabile e non più negoziabile. Si può non gradire il risultato del lancio di una moneta, la decisione di un manager o un compito assegnato, ma se lo si accetta come definitivo, può seguirne la razionalizzazione.
Accettazione senza scelta
Per verificare questa idea, gli autori hanno progettato una serie di esperimenti che eliminavano deliberatamente la scelta. In uno studio, ai partecipanti è stato detto che il loro superiore aveva prenotato un hotel per loro (i dipendenti tendono ad accettare di dover seguire le decisioni del proprio capo). Due settimane prima, avevano valutato diverse caratteristiche degli hotel. Dopo l’assegnazione, hanno valutato nuovamente gli stessi hotel. Questa volta, le persone hanno finito per preferire l’hotel che era stato loro assegnato, non tanto elogiandone i punti di forza, quanto attenuandone i punti deboli.
Come affermano gli autori, i partecipanti “hanno razionalizzato i risultati assegnati apertamente minimizzando l’importanza delle caratteristiche negative.” Questo modello, centrale nella teoria della dissonanza, è emerso anche se i partecipanti sapevano di non aver scelto l’hotel loro stessi.
La stessa logica si estendeva a contesti più importanti. In altri esperimenti, i partecipanti hanno razionalizzato l’assegnazione di noiosi compiti di trascrizione o di donazioni in denaro a enti di beneficenza. Che il risultato fosse negativo o positivo, assegnato da un computer o dal lancio di una moneta, la razionalizzazione appariva costantemente, a condizione che i partecipanti accettassero il risultato.
Cosa ci fa accettare qualcosa?
Se l’accettazione è il fattore scatenante, cosa la determina? L’articolo identifica tre fattori chiave.
In primo luogo, la percezione della scelta continua ad avere importanza, ma come antecedente dell’accettazione, non come requisito. Quando le persone credono di aver scelto un risultato, tendono ad accettarlo più pienamente, il che amplifica la razionalizzazione.
In secondo luogo, la definitività gioca un ruolo cruciale. I risultati che sembrano irreversibili provocano una razionalizzazione più forte rispetto a quelli provvisori. Come osservano gli autori, “quanto meno un risultato ha la possibilità di cambiare, tanto più quel risultato dovrebbe sembrare risolto e acquisito,”
In terzo luogo, il consenso al processo che determina il risultato può compensare la mancanza di scelta. Le persone possono accettare risultati che non gradiscono se ritengono che il processo sia stato equo, che si tratti di una gerarchia sul posto di lavoro, di un’elezione o di un sorteggio casuale. Al contrario, quando il processo sembra illegittimo, l’accettazione crolla. In un esperimento, i partecipanti a cui era stato detto che potevano scegliere un omaggio, ma poi non è stato permesso loro di farlo, non hanno mostrato alcuna razionalizzazione.
Il meccanismo, sostengono gli autori, è la reattanza psicologica: la resistenza mina l’accettazione e, senza accettazione, la razionalizzazione si blocca.
Ripensare la dissonanza cognitiva
Nel loro insieme, i risultati mettono in discussione una idea consolidata in psicologia: che la dissonanza richieda responsabilità personale. “La scelta è stata considerata una condizione necessaria per gli effetti della dissonanza,” scrivono gli autori, “ma i nostri risultati mettono in discussione questa visione.”
Questa riformulazione ha importanti implicazioni. Aiuta a spiegare perché le persone arrivano a giustificare posizioni di lavoro, politiche o accordi sociali che non hanno scelto loro stesse. Inoltre, collega la dissonanza cognitiva ad altre teorie di razionalizzazione, dalla giustificazione del sistema al “sistema immunitario psicologico”.
Da questo punto di vista, l’accettazione non significa rassegnazione. È un potente strumento psicologico che ci aiuta ad adattarci, a stabilizzarci e ad andare avanti, anche quando non abbiamo avuto scelta.