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Uno studio Bocconi mostra che gli investitori chiedono rendimenti più alti per le materie prime associate a maggiori pressioni sugli ecosistemi. Massimo Guidolin: “La biodiversità è ormai un rischio finanziario a pieno titolo”

La perdita di biodiversità non appare solo come una minaccia ambientale, ma come un fattore potenzialmente rilevante per i mercati finanziari,capace di influenzare i prezzi e rendimenti delle materie prime. Lo dimostra un nuovo studio pubblicato sul Review of Finance, firmato da Massimo Guidolin e Manuela Pedio della Bocconi, che documenta l’esistenza di un biodiversity risk premium: le materie prime con maggiori impatti sugli ecosistemi presentano rendimenti più elevati nel tempo.

Un premio al rischio “natura”

Il risultato principale dello studio è netto. Attraverso dati ad alta granularità del Joint Nature Conservation Committee (JNCC) su perdite di specie per unità di terreno coltivato, gli autori mostrano che le commodity agricole con un impatto più elevato sulla biodiversità  — come caffè, cacao, palma da olio, banane o gomma — ottengono in media tra 20 e 60 punti base in più di rendimento al mese rispetto alle altre.

Significa che il mercato sta già incorporando il fatto che questi prodotti sono esposti a un rischio crescente: nuove regole, pressioni dei consumatori, restrizioni commerciali, obblighi di tracciabilità.

 “La biodiversità non è solo un tema etico o reputazionale”, sintetizza Massimo Guidolin, professore di Finanza in Bocconi. “È un rischio finanziario misurabile, che gli investitori stanno cominciando a prezzare. I rendimenti più alti riflettono il fatto che questi asset sono più vulnerabili alla transizione verso modelli produttivi sostenibili”.

La reazione immediata dopo la Kunming Declaration

Un ulteriore validazione del risultato principale della ricerca è data dall’event study, che misura come le commodity ad alto impatto sulla biodiversità abbiano reagito alla Kunming Declaration dell’ottobre 2021. Quella dichiarazione ha rappresentato il primo forte impegno politico globale a ridurre le perdite di natura entro il 2030.

I risultati parlano chiaro:

  • nel mese successivo alla dichiarazione, le commodity con maggiore esposizione al rischio di transizione hanno registrato rendimenti anomali negativi fino a -3,6%;
  • al contrario, quelle meno esposte al rischio di transizione non hanno subito variazioni significative.

“Questa dinamica è coerente con un repricing”, spiega Guidolin. “Quando emerge una minaccia regolatoria credibile, i mercati riconsiderano immediatamente il valore dei prodotti più esposti”.

Il test placebo sulla COP21 di Parigi — che riguardava il clima ma non la biodiversità — conferma il quadro: lì non si osserva alcun effetto, segno che i mercati distinguono nettamente tra rischio climatico e rischio natura.

Un impatto diverso dal clima. E più difficile da gestire

Uno dei contributi scientifici più rilevanti del paper è dimostrare che il rischio biodiversità non coincide con il rischio climatico:

  • le variabili legate a deforestazione totale o emissioni di CO₂ non spiegano i rendimenti quanto l’intensità di perdita di specie per ettaro;
  • commodities che emettono molto ma non intaccano hotspot di biodiversità non implicano lo stesso “premio al rischio”.

I fattori che misurano quanto la produzione di una commodity incida sulla perdita di specie cambiano drasticamente da un Paese all’altro: nelle regioni tropicali, dove gli ecosistemi sono più ricchi e fragili, lo stesso ettaro convertito genera un impatto molto più elevato rispetto ad altre aree del mondo. È proprio questa forte eterogeneità — e il rischio regolatorio che ne deriva — che il mercato ha iniziato a prezzare. “La biodiversità è locale, non fungibile”, sottolinea Guidolin. “Per questo il rischio di transizione su questi asset è più complesso da gestire: non basta compensare altrove, e i mercati lo comprendono”.

La sorpresa sui futures

Lo studio di Guidolin e Pedio analizza anche il mercato dei futures agricoli. Qui il biodiversity risk premium non risulta statisticamente o economicamente significativo. Ma per una ragione tecnica, non per assenza del rischio. I futures, infatti, riflettono soprattutto il convenience yield e gli equilibri di hedging, mentre il rischio biodiversità — come mostrato dal modello teorico— si “scarica” principalmente sui prezzi spot.

La biodiversità come fattore di rischio sistemico

I risultati si rafforzano guardando al rischio sistemico: utilizzando un indicatore composito di biodiversità globale (costruito da WWF-LPI e IUCN-RLI), gli autori documentano che le commodity più sensibili agli shock di perdita di biodiversità:

  • guadagnano di più nel lungo periodo,
  • generano un rendimento medio anomalo annualizzato del 5,4% in una strategia long/short.

Questo supporta ulteriormente l’idea che il rischio natura non è più un’esternalità invisibile: è un fattore di rischio di mercato. “La finanza non può più ignorare la biodiversità”, conclude Guidolin. “Chi ha esposizioni su asset che dipendono da ecosistemi fragili deve sapere che sta assumendo un rischio reale, con un impatto diretto sui rendimenti di lungo periodo”.

Il messaggio finale del paper è chiaro: la transizione ecologica non riguarda solo emissioni e carbon pricing. La biodiversità è destinata a diventare la nuova frontiera della regolamentazione — e il mercato lo sta anticipando.

MASSIMO GUIDOLIN

Università Bocconi
Dipartimento di Finanza

MANUELA PEDIO

Università Bocconi
Dipartimento di Finanza