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Misure troppo deboli e lente

, di Marco Onado - professore a contratto senior della Bocconi
Crisi. E' ferma la riforma della regolamentazione finanziaria

La crisi finanziaria si è aggravata nel 2011, mettendo a nudo gli elementi di fragilità del sistema bancario internazionale e di quello europeo in particolare. Le azioni bancarie sono precipitate a minimi storici e non mostrano prospettive di ripresa. Mentre si mettono a punto nuovi piani di emergenza, si constata che non ha avuto successo nel medio periodo la strategia che avrebbe dovuto portare il mondo occidentale fuori dalla peggiore crisi finanziaria della storia.

Dal 2007, la crisi è stata affrontata con decisione e in modo coordinato da governi e banche centrali, con politiche basate su salvataggi bancari, garanzie pubbliche sulle passività degli intermediari ed eccezionali iniezioni di fondi a basso costo. Nel frattempo, si approntavano le riforme della regolamentazione finanziaria per rendere il sistema più robusto, ma anche in grado di assorbire future crisi senza gravare sulle casse statali e quindi sul contribuente. Questa strategia a due stadi è risultata vincente nel breve termine, ma alla lunga è fallita perché la seconda ondata della crisi, quella che ha colpito il debito sovrano dei paesi periferici di Eurolandia, ha bloccato un processo di riforma che era stato in larga misura ostacolato dalle banche, preoccupate solo dei costi immediati che ne sarebbero derivati. C'è stata un'opposizione durissima a ogni riforma strutturale: ad esempio quella dei mercati 'over-the-counter' o a quella che mira a separare nei sistemi anglosassoni (in cui i rischi si sono materializzati con particolare virulenza) l'attività bancaria al servizio dell'economia da quella più accentuatamente finanziaria.La crisi si è aggravata anche perché la crisi europea non è stata fronteggiata con le misure drastiche capaci di impedire il contagio dai paesi con oggettivi problemi di insostenibilità del debito pubblico (Grecia e Portogallo) o del debito privato bancario (Irlanda) a paesi grandi come Spagna e Italia che hanno problemi di insostenibilità del debito solo se si verifica lo scenario doppiamente sfavorevole di alti tassi di interesse e bassi tassi di crescita. Le misure di volta in volta decise dall'Europa si sono rivelate troppo deboli e lente e hanno fatto schizzare gli spread a livelli mai visti dall'inizio dell'Unione monetaria. Il 2011 delle banche è stato così l'opposto di quello di Pangloss: il peggiore dei mondi possibili. Non sono arrivati i profitti attesi, i rischi sono rimasti elevati. Come non bastasse, essendo stata rallentata la definizione delle nuove regole, mancavano ancora i meccanismi per evitare il solito epilogo del too big to fail alle crisi peggiori (Dexia salvata in settembre docet). Non solo. L'Europa non è riuscita a stendere un cordone sanitario intorno alla Grecia perché ha atteso luglio per accettare il principio che le banche (soprattutto francesi e tedesche) dovessero sopportare una perdita sui crediti greci e ottobre per accettare quello che tale perdita fosse adeguata alle capacità di rimborso del debitore e ai prezzi espressi dal mercato. Sono stati persi mesi preziosi.

Diceva Billy Wilder che gli austriaci sono dei geni perché hanno fatto credere al mondo che Beethoven fosse austriaco e Hitler tedesco. I banchieri di oggi si sono rivelati ancora più astuti, almeno nel breve periodo, perché hanno convinto il mondo politico prima ad attuare un salvataggio in massa e dopo a rinunciare a soluzioni drastiche che comportassero minori livelli di attività e profitti futuri oppure (si veda il caso greco) perdite immediate. Al momento (inizi di novembre 2011) sembra che questo equivoco debba essere chiarito rapidamente e forse con costi per le banche superiori a quelli che avrebbero sopportato se solo avessero opposto meno resistenze alle regole e ai costi relativi. Il processo di riforma della regolamentazione bancaria ripartirà, ma in condizioni ben più drammatiche.