A Milano la salute invisibile: lo studio Bocconi e Naga sulle donne migranti senza documenti
Arrivano da sole, con diplomi e lauree che qui non possono utilizzare. Cercano un impiego, spesso trovano solo lavoro in nero come colf o badanti. E quando si ammalano, finiscono nei centri di volontariato. È la realtà delle donne migranti senza documenti, fotografata da un nuovo studio, Labor and health of undocumented migrant women: evidence from a large primary care outpatient clinic in Milan, Italy, di Carlo Devillanova (Bocconi) e Anna Spada (Naga, un’organizzazione di volontariato), pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Dynamics.
L’indagine — la più ampia mai realizzata in Italia su questa popolazione — ha analizzato 7.463 visite mediche di 3.000 donne che si sono rivolte al poliambulatorio gratuito di Naga a Milano tra il 2022 e il 2025. Quasi tutte escluse dal Servizio sanitario nazionale, vivono in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria.
“Queste donne rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza”, spiega Carlo Devillanova, professore associato di Economia. “Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute”.
Giovani, istruite e senza diritti
Più della metà del campione è disoccupata, il 55% vive ospite di amici o parenti, e il 92% non ha un permesso di soggiorno valido. Due terzi sono arrivate in Italia da meno di un anno, in gran parte dal Sud America: il 47% dal Perù. Eppure, oltre il 60% possiede almeno un diploma.
Un capitale umano sprecato, che si scontra con un sistema incapace di accogliere. “Sono donne che lavorano in case private o nell’economia informale, senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e paura di farsi vedere”, commenta Devillanova.
Le diagnosi più comuni: schiena, ansia e cuore
Il 16% delle visite riguarda prevenzione e salute riproduttiva, seguite da disturbi muscoloscheletrici (11%) e infezioni urinarie (10%). Ma la parte più inquietante emerge nel tempo: una donna su sette sviluppa una malattia cronica — diabete, ipertensione, problemi respiratori — durante i successivi controlli. “All’inizio vengono per disturbi acuti o per visite ginecologiche, ma col tempo emergono patologie croniche”, spiega Devillanova. “La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi si scoprano tardi e si curino peggio”.
Tra le pazienti più anziane, il rischio di malattie cardiovascolari è 30 volte più alto rispetto alle più giovani; quello di patologie endocrine, sei volte maggiore. Eppure, proprio le donne oltre i 45 anni sono quelle che meno accedono a visite preventive.
“Garantire il medico di base a tutte”
Il messaggio dello studio è chiaro: escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica. “Garantire a tutte l’iscrizione al medico di famiglia”, sostiene Devillanova, “ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. Non è una misura di carità, ma di efficienza sanitaria”.
Dietro i numeri, c’è un’umanità fatta di donne giovani, spesso con figli, che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri. Invisibili per la legge, ma indispensabili per la società.