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A Milano la salute invisibile: lo studio Bocconi e Naga sulle donne migranti senza documenti

, di Barbara Orlando
Tra contratti invisibili e cure negate, la ricerca mostra l’altra faccia della Milano del lavoro: donne istruite, arrivate da poco, che si ammalano perché escluse dal medico di base

Arrivano da sole, con diplomi e lauree che qui non possono utilizzare. Cercano un impiego, spesso trovano solo lavoro in nero come colf o badanti. E quando si ammalano, finiscono nei centri di volontariato. È la realtà delle donne migranti senza documenti, fotografata da un nuovo studio, Labor and health of undocumented migrant women: evidence from a large primary care outpatient clinic in Milan, Italy, di Carlo Devillanova (Bocconi) e Anna Spada (Naga, un’organizzazione di volontariato), pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Dynamics.

L’indagine — la più ampia mai realizzata in Italia su questa popolazione — ha analizzato 7.463 visite mediche di 3.000 donne che si sono rivolte al poliambulatorio gratuito di Naga a Milano tra il 2022 e il 2025. Quasi tutte escluse dal Servizio sanitario nazionale, vivono in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria.

“Queste donne rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza”, spiega Carlo Devillanova, professore associato di Economia. “Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute”.

Giovani, istruite e senza diritti

Più della metà del campione è disoccupata, il 55% vive ospite di amici o parenti, e il 92% non ha un permesso di soggiorno valido. Due terzi sono arrivate in Italia da meno di un anno, in gran parte dal Sud America: il 47% dal Perù. Eppure, oltre il 60% possiede almeno un diploma.

Un capitale umano sprecato, che si scontra con un sistema incapace di accogliere. “Sono donne che lavorano in case private o nell’economia informale, senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e paura di farsi vedere”, commenta Devillanova.

Le diagnosi più comuni: schiena, ansia e cuore

Il 16% delle visite riguarda prevenzione e salute riproduttiva, seguite da disturbi muscoloscheletrici (11%) e infezioni urinarie (10%). Ma la parte più inquietante emerge nel tempo: una donna su sette sviluppa una malattia cronica — diabete, ipertensione, problemi respiratori — durante i successivi controlli. “All’inizio vengono per disturbi acuti o per visite ginecologiche, ma col tempo emergono patologie croniche”, spiega Devillanova. “La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi si scoprano tardi e si curino peggio”.

Tra le pazienti più anziane, il rischio di malattie cardiovascolari è 30 volte più alto rispetto alle più giovani; quello di patologie endocrine, sei volte maggiore. Eppure, proprio le donne oltre i 45 anni sono quelle che meno accedono a visite preventive.

 

“Garantire il medico di base a tutte”

Il messaggio dello studio è chiaro: escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica. “Garantire a tutte l’iscrizione al medico di famiglia”, sostiene Devillanova, “ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. Non è una misura di carità, ma di efficienza sanitaria”.

Dietro i numeri, c’è un’umanità fatta di donne giovani, spesso con figli, che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri. Invisibili per la legge, ma indispensabili per la società.

CARLO DEVILLANOVA

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche