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L’università del 2030? “Scienza più aperta, umani più forti e tecnologia più trasparente”

, di Barbara Orlando
Un dialogo con il rettore Francesco Billari sulla visione che guida il Piano Strategico 2026–2030: tra intelligenza artificiale, scienze cognitive, dinamiche demografiche e futuro dell’università

Rettore Billari, il nuovo Piano Strategico ruota attorno a tre principi: scienza, persone, intelligenza artificiale. Perché? 

Perché rappresentano tre dimensioni che si rafforzano a vicenda e descrivono il modo in cui vogliamo interpretare il futuro dell’università. La prima riguarda il ruolo della ricerca e del metodo scientifico — rigore, trasparenza, verificabilità — che permette alle istituzioni accademiche di orientarsi in un mondo che produce più dati, opinioni e incertezze di quante ne possa metabolizzare. Prendere seriamente la parola “scienze” quando si parla di scienze sociali è allo stesso tempo rigorosità e assunzione di responsabilità. La seconda dimensione ci ricorda che le persone restano al centro. La demografia ci mostra quanto il capitale umano, soprattutto in società che invecchiano e mutano rapidamente, sia la leva decisiva: creatività, giudizio, capacità di apprendere e riapprendere, relazioni. Infine, non possiamo ignorare l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando i modi in cui pensiamo, decidiamo e lavoriamo. Un’università deve preparare gli studenti a viverla da protagonisti, non da spettatori.

Come interpreta oggi il ruolo della ricerca un’università come Bocconi?

In due modi: come struttura e come cultura. Come struttura, la scienza utilizza metodi, modelli e dati per comprendere fenomeni complessi — economici, sociali, demografici, tecnologici. Come cultura, ci chiede ambizione globale, apertura di fronte all’evidenza, capacità di revisione, collaborazione interdisciplinare e impegno nella creazione di impatto. Per noi significa investire in ciò che rende solida una comunità di ricerca: attrazione di ricercatori da tutto il mondo, dottorati di qualità, infrastrutture di eccellenza. Ma significa anche condividere le conoscenze, renderle accessibili e contribuire al dibattito pubblico. Una ricerca che rimane chiusa non adempie fino in fondo alla sua missione. Porre le persone al centro con un approccio scientifico significa poi investire nello studio del comportamento umano. Capire come apprendiamo, decidiamo, collaboriamo è fondamentale in un momento in cui la tecnologia può amplificare le nostre capacità, ma anche i nostri punti deboli. Da qui nasce il nuovo Dipartimento di Scienze Cognitive.

Il Piano mette molto l’accento su inclusione, mobilità sociale e senso di appartenenza

Un’università è veramente centrata sulle persone solo se crea le condizioni affinché ciascuno possa sbocciare e crescere. Le disuguaglianze non sono poi solo economiche, ma culturali, territoriali, generazionali. La probabilità di proseguire gli studi varia enormemente in base al contesto familiare e alla regione di provenienza. Ecco perché investiamo in borse di studio, accessibilità, salute mentale, servizi dedicati agli studenti con bisogni specifici, programmi first-generation e iniziative con le scuole. Il progetto Articolo 34, ad esempio, coinvolge studenti, famiglie e comunità educative per rendere la mobilità sociale più concreta. La diversità di origine non è un elemento accessorio: è una risorsa che arricchisce la qualità della formazione.

Dalle persone al campus?

Il campus è il luogo in cui persone, saperi e tecnologie si incontrano. Se vogliamo un’università davvero attenta alla dimensione umana, dobbiamo creare un ambiente che favorisca benessere, collaborazione, inclusione e sostenibilità. Con il progetto Campus 2030 investiamo in nuovi spazi di studio, aree comuni, accessibilità e sostenibilità energetica. È così che si costruisce una comunità capace di affrontare insieme le trasformazioni.

Molti osservatori temono che l’AI possa indebolire le competenze umane. È un rischio reale?

L’intelligenza artificiale è una tecnologia potente che amplifica ciò che trova: se trova pensiero critico, lo rafforza; se trova fragilità, le accentua. Per questo dobbiamo preparare gli studenti a usare gli l’AI come strumento, non a delegare ad essa il giudizio. Serve equilibrio tra umano e macchina. Serve rafforzare la capacità di verificare, contestualizzare, usare l’AI per alzare la barra e non come scorciatoia. Il nostro modello didattico va in questa direzione: più dialogo, più confronto, più responsabilità nell’uso delle tecnologie. Non si tratta di “proteggere” gli studenti dall’AI, ma di prepararli a usarla in modo consapevole e migliorativo.

Molti dei trend che influenzano il futuro dell’università — declino demografico, migrazioni, carriere non lineari — appartengono al suo ambito di ricerca. Come influenzano la sua visione?

In modo profondo. Il calo delle nascite in Italia ed Europa significa che la competizione per attrarre studenti si farà più intensa: servono qualità, reputazione, internazionalità. Le migrazioni portano nuove prospettive, se le sappiamo accogliere. L’allungamento della vita e la fluidità delle carriere ci dicono che l’università deve diventare più aperta al lifelong learning. Pensare demograficamente aiuta a non guardare solo all’oggi, ma al contesto in cui i nostri studenti vivranno, lavoreranno e prenderanno decisioni.

Qual è, guardando al 2030, la principale sfida e la principale opportunità per la Bocconi?

La sfida è mantenere la nostra rilevanza in un mondo attraversato da cambiamenti rapidi: tecnologici, geopolitici, demografici. L’opportunità è costruire un modello di università in cui il metodo scientifico guida, la tecnologia sostiene e l’elemento umano rimane il protagonista. È un equilibrio complesso, ma raggiungibile se continuiamo a investire nelle persone, nella ricerca e nella qualità del nostro ambiente di apprendimento.

Il suo augurio per la Bocconi del futuro?

Che sia un luogo dove ci si sente sfidati, ma anche accolti. Dove la scienza è aperta, la tecnologia è trasparente e l’umanità è visibile. E che il campus — gli spazi, i servizi, la vita quotidiana — continui a favorire collaborazione nella diversità, curiosità e sostenibilità. Se manterremo questo equilibrio, non formeremo solo professionisti competenti: formeremo persone capaci di orientare il cambiamento.

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