Contatti

L'unica e' includere

, di Paolo Pinotti - assistant professor presso Il Dipartimento di analisi delle politiche e mangement pubblico
Immigrazione. Con politiche restrittive si rischia di incidere negativamente sulla criminalità

La convivenza con popolazioni che hanno idee, abitudini e valori diversi dai nostri investe ogni aspetto della nostra vita sociale. Per questo l'immigrazione crea ansie maggiori rispetto ad altre conseguenze (pure controverse) della globalizzazione, quali la liberalizzazione dei mercati di beni e servizi. Il possibile aumento della criminalità è da sempre uno dei maggiori timori per i cittadini dei paesi sottoposti a forte pressione migratoria.

Ciò avviene anche nel nostro paese, caratterizzato da una crescita tumultuosa della presenza straniera. Negli ultimi due decenni lo stock di permessi di soggiorno è passato da 600 mila a 3 milioni di unità, il numero di stranieri residenti da 350 mila a 4,3 milioni. Di pari passo è cresciuta anche la componente irregolare: gli stranieri illegalmente presenti sul territorio che hanno presentato domanda per un permesso di soggiorno regolare in occasione dell'ultima amnistia del 2002 sono stati 730 mila, dai 100 mila della prima amnistia nel 1986. L'effetto di flussi migratori di tale portata su criminalità e sicurezza non è però chiaro. Da un lato, la forte crescita della presenza straniera è stata accompagnata da una progressiva riduzione dei delitti denunciati dalle forze dell'ordine: dal 1991 al 2009 il numero di omicidi ogni 100 mila abitanti è sceso da 3,4 ad 1, i furti da 3 mila a 2 mila e le rapine da 69 a 59; l'unico dato in controtendenza riguarda le estorsioni (passate da 5 a 10), che costituiscono tuttavia una prerogativa delle associazioni a delinquere italiane. D'altra parte, gli stranieri hanno raggiunto il 36% delle presenze in carcere, un'incidenza molto superiore rispetto alla quota sul totale della popolazione residente. Il dato rispecchia la situazione di altri paesi europei quali la Francia (i detenuti stranieri sono 1 su 3) e Germania (1 su 4). Nel caso dell'Italia, occorre però operare una distinzione fondamentale tra immigrati regolari e irregolari. Sebbene questi ultimi costituiscano una quota minoritaria, seppur elevata, degli stranieri presenti sul territorio nazionale (probabilmente meno del 20%), essi rappresentano il 70-80% di quelli detenuti, contribuendo in misura determinante allo squilibrio tra la quota degli stranieri in carcere e quella sul totale della popolazione residente; per contro, gli stranieri regolari presentano tassi di arresto ed incarcerazione simili al resto della popolazione italiana. Tali differenze sono dovute principalmente alle peggiori prospettive lavorative fronteggiate dagli immigrati irregolari che, privati dell'accesso a opportunità di lavoro nei mercati ufficiali, hanno una maggior propensione a intraprendere attività criminali. A questo proposito, un recente studio mostra che i cittadini rumeni e bulgari liberati con l'indulto nel 2006 si sono contraddistinti, rispetto alle altre nazionalità, per una repentina diminuzione nel tasso di recidività dopo l'acquisizione dello status legale a seguito dell'allargamento ad est della Comunità europea nel 2007. La riduzione ha riguardato specialmente i crimini contro la proprietà ed è stata maggiore nelle regioni del nord, che garantiscono migliori prospettive occupazionali agli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno.

Dove l'azione di contrasto in ingresso è debole, come in Italia, politiche migratorie restrittive possono dunque esacerbare l'aumento (reale o percepito) della criminalità, limitando l'accesso da parte degli immigrati già presenti (irregolarmente) nel paese a un permesso di soggiorno regolare. Dal momento che l'immigrazione su vasta scala costituisce un elemento strutturale dell'attuale sistema economico globale, determinato dagli squilibri nella distribuzione della ricchezza a fronte di una riduzione dei costi di comunicazione e trasporto, la risposta ai crescenti flussi migratori deve essere una strategia di inclusione nel tessuto economico e sociale, piuttosto che di marginalizzazione ed esclusione.