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Uno studio della Bocconi che analizza 15 schemi di crediti per la biodiversità a livello globale descrive un settore in rapida crescita, ma ancora frammentato e privo di standard armonizzati. I prezzi dei crediti variano notevolmente, da 7.000 a 68.000 dollari per ettaro all’anno. Come osserva Edoardo Croci, il mercato presenta un potenziale considerevole, ma la sua maturazione dipenderà dall’adozione di regole comuni e di quadri standardizzati per i crediti

I “crediti di biodiversità” sono considerati i meccanismi più promettenti per mobilitare capitali privati verso la tutela della natura. I risultati evidenziano però che i prezzi sono molto variabili, gli standard e le metodologie di misurazione sono molto eterogenei tra i diversi schemi: il primo studio comparativo su 15 schemi di crediti attivi nel mondo fotografa un settore in piena espansione, ma ancora privo delle regole minime per garantire integrità e investimenti su larga scala. È quanto emerge dal paper “Biodiversity credits schemes: a comparative analysis”, firmato da Edoardo Croci, Benedetta Lucchitta e Marta Cusa della Bocconi.

Un mercato in forte crescita ma che ha bisogno di regole e controlli

Negli ultimi tre anni i crediti di biodiversità si sono moltiplicati, con diversi progetti già avviati in Paesi come Australia, Brasile, Colombia, India e Regno Unito, coprendo quasi un milione di ettari. L’idea è semplice: remunerare in modo misurabile la conservazione o il ripristino della natura, attraverso certificati che attestano un miglioramento concreto di un ecosistema — dal ripristino di habitat alla protezione di specie fino alla rigenerazione di aree degradate. I crediti di biodiversità sono unità negoziabili, che possono essere acquistate dalle imprese, non solo per compensare il proprio impatto, ma anche per contribuire agli obiettivi nature positive, cioè generare un aumento netto del capitale naturale.

Ma la realtà, spiegano gli autori, è più complicata. “La nostra analisi mostra una fortissima eterogeneità tra gli schemi” osserva Edoardo Croci, direttore del SUR Lab della Bocconi. “Denominazioni, metriche e metodologie diverse rendono il panorama estremamente frammentato: senza standard comuni, diventa difficile valutare la qualità dei crediti e verificare che generino davvero un beneficio aggiuntivo e misurabile per gli ecosistemi”.

L’assenza di regole condivise genera anche effetti di mercato distorti. La ricerca documenta un range di prezzi estremamente ampio, influenzato non solo dalla varietà di habitat e progetti, ma anche dalle differenze tra schemi e modalità di calcolo che consentano confronti credibili.

Il nodo della credibilità: addizionalità, permanenza, leakage

Oggi la maggior parte dei 15 schemi analizzati è gestita da soggetti privati. Solo tre sono di origine pubblica — Regno Unito, India e Australia — e sono proprio questi a mostrare le strutture più solide e stringenti. Ma quasi ovunque permangono problemi strutturali.

Gli autori rilevano che:

  • solo 10 schemi prevedono criteri chiari di addizionalità, ossia la prova che il beneficio ambientale non sarebbe avvenuto comunque;
  • la permanenza è garantita con strumenti variabili, da buffer obbligatori (fino al 30% delle unità emesse) a contratti legali;
  • il rischio di leakage — migliorare una zona spostando il danno altrove — è affrontato in modo disomogeneo.

“Abbiamo riscontrato un livello ancora insufficiente di requisiti minimi sulla robustezza scientifica, soprattutto riguardo alle metriche di misurazione della biodiversità”, spiega Benedetta Lucchitta, ricercatrice del GREEN Bocconi. “Esistono diverse metriche e approcci disponibili: da un lato serve infatti sviluppare metodi place-based, capaci di cogliere le specificità ecologiche dei territori; dall’altro è necessario che questi stessi metodi producano evidenze confrontabili con altri sistemi, così da assicurare credibilità, trasparenza e coerenza a livello globale”.

Una mappa globale fatta di sperimentazioni

L’analisi evidenzia anche profonde differenze geografiche. Australia e Brasile, che da soli ospitano quasi l’80% dei progetti, sono diventati laboratori naturali per sviluppare strumenti finanziari legati alla natura grazie:

  • alla forte pressione sugli ecosistemi,
  • a quadri normativi già orientati a compensazione e ripristino,
  • a filiere tecniche avanzate per monitoraggio e verifiche.

Il Regno Unito, unico a introdurre un mercato obbligatorio tramite il meccanismo della Biodiversity Net Gain, è invece il caso più strutturato: prezzi elevati, un registro centralizzato e un ruolo diretto dello Stato come venditore di “crediti statutari”. Ma anche qui la trasparenza sui prezzi effettivi rimane limitata.

Trasparenza e governi: le due condizioni per crescere

Se la domanda potenziale da parte delle imprese è in aumento — anche per la pressione normativa di strumenti come TNFD e CSRD — l’offerta di crediti di qualità resta insufficiente. Due, secondo gli autori, i fattori decisivi per farlo diventare un mercato credibile:

  1. Standard comuni sulle metriche di misurazione e sui criteri di integrità;
  2. Ruolo più forte dei governi, sia come regolatori sia come garanti della qualità dei crediti.

“Il rischio è replicare le criticità già emerse nel mercato del carbonio”, sintetizza Croci. “con un’espansione rapida ma senza controlli sufficienti sulla qualità dei crediti”. Lucchitta aggiunge: “Le imprese sono interessate, ma chiedono certezze. La trasparenza sui progetti, il coinvolgimento delle comunità locali e una governance rigorosa sono i prerequisiti per attrarre capitali su larga scala”.

La natura come asset da proteggere

Il paper della Bocconi mostra che il potenziale dei crediti di biodiversità è enorme: possono canalizzare capitali privati verso il ripristino degli ecosistemi in un momento in cui il gap di finanziamento per la natura supera i 700 miliardi di dollari l’anno. Ma senza una cornice robusta, il rischio è trasformare un’opportunità storica in un nuovo terreno di greenwashing.

Il messaggio finale è netto: prima di far decollare il mercato, bisogna costruirne le fondamenta. Solo così i crediti di biodiversità potranno diventare uno strumento credibile per contribuire agli obiettivi globali di tutela della natura.

EDOARDO CROCI

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche

BENEDETTA LUCCHITTA

Università Bocconi
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche