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Gli esperti del rischio hanno paura dell’ignoto quanto tutti gli altri

, di Valentina Bosetti
Un nuovo studio pubblicato su "The Review of Economics and Statistics" sfida decenni di interpretazioni sull’avversione all’ambiguità

Immaginate di dover scommettere sul colore di una carta pescata da un mazzo. Nel primo caso sapete che contiene 50 carte rosse e 50 nere. Nel secondo, non sapete nulla sulla composizione. Su quale scommettete?

La maggior parte delle persone sceglie il primo mazzo. Questo comportamento, preferire un rischio noto a uno ignoto a parità di condizioni, si chiama avversione all’ambiguità. Il dibattito sul suo significato è aperto da quando Daniel Ellsberg lo descrisse nel 1961: è un errore cognitivo oppure una preferenza razionale e legittima? Non è un esercizio astratto: capire perché lo facciamo, e se sia razionale farlo, cambia il modo in cui si disegnano le politiche climatiche, si prendono decisioni sanitarie, si regolano i mercati finanziari.

Una spiegazione influente sostiene che l’avversione all’ambiguità sia, in fondo, un problema di complessità: le persone faticano a gestire situazioni probabilistiche articolate e le evitano. Se così fosse, chi lavora tutta la vita a prezzare rischi complessi dovrebbe esserne quasi immune.

È questa l’ipotesi che, insieme a Ilke Aydogan e Loïc Berger (IESEG, Université de Lille), ho messo alla prova in modo diretto: siamo andati a un congresso internazionale di attuari a Berlino e li abbiamo fatti sedere davanti a un esperimento.

Il numero che non dovrebbe essere uguale

Per rispondere, abbiamo confrontato due gruppi con profili molto diversi: 84 attuari professionisti reclutati durante un congresso internazionale a Berlino, età media quarant’anni, tredici anni di esperienza, il 90% con almeno una magistrale in matematica o scienze attuariali, e 125 studenti di scienze sociali alla Bocconi, usati come termine di paragone.

Il risultato è netto: i due gruppi mostrano lo stesso identico livello di avversione all’ambiguità. Gli attuari evitano l’ignoto esattamente quanto gli studenti — né più, né meno.

Ma il paper va oltre. Tra gli studenti, chi fatica con situazioni probabilistiche complesse tende anche a essere più avverso all’ambiguità: i due comportamenti sono correlati. Tra gli attuari, questo legame scompare: gestiscono meglio la complessità, ma questo non li rende meno sensibili all’ignoto. Per gli attuari, insomma, non saper gestire un calcolo complesso è una cosa; diffidare di probabilità che non si conoscono è un’altra. Due reazioni distinte, con origini distinte. 

Il risultato suggerisce che l’avversione all’ambiguità non sia riducibile a un errore di calcolo. Se anche chi è addestrato a ragionare in termini probabilistici continua a evitare l’ignoto, allora quella reazione non è solo un problema di calcolo. Assomiglia di più a una preferenza. Non trattiamo le probabilità sconosciute come probabilità difficili. Le trattiamo come qualcosa di diverso. 

Questa distinzione non è solo teorica. In molti contesti — dalle decisioni finanziarie alle politiche climatiche — le scelte avvengono proprio in condizioni di ambiguità, non di rischio ben definito. Se i modelli assumono che le persone reagiscano all’ignoto come a un problema di complessità, rischiano di descrivere male il comportamento reale. E quindi anche le decisioni che ne derivano.

VALENTINA BOSETTI

Università Bocconi
Professore Ordinario