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Europa e medie potenze: le alleanze possono contare più dei dazi

, di Andrea Celauro
Stretta tra le pressioni americane e il peso economico della Cina, l’Unione europea deve decidere come proteggere il proprio futuro. Un policy brief Bocconi propone un patto tra paesi che trasformi gli interessi comuni in forza collettiva

Una fabbrica ha bisogno di forniture affidabili di semiconduttori. Un’impresa esportatrice deve poter contare su mercati aperti. Un governo deve sapere che rifiutare le richieste di una grande potenza non lascerà la propria economia indifesa. Per l’Europa, questi problemi apparentemente diversi portano alla stessa domanda: come difendere la libertà di scelta quando commercio e tecnologia diventano strumenti di pressione?

Riportare la produzione entro i propri confini sembra una risposta rassicurante. Lo stesso vale per le barriere contro la concorrenza estera. Ma che cosa succede quando le misure pensate per rafforzare l’Europa finiscono per danneggiare proprio i partner di cui ha più bisogno?

È il dilemma al centro di Europe as a Central Power: Leading the Like-Minded, Building Partnerships Worldwide, il policy brief di Daniel Gros e Nathalie Tocci, entrambi Senior Fellow dell’Institute for European Policymaking della Bocconi (IEP@BU). La proposta è costruire una rete di paesi abbastanza forti, insieme, da resistere alle pressioni esterne, offrendo loro una voce effettiva nelle decisioni. 

«L’Europa non dovrebbe aspirare a diventare una grande potenza, ma piuttosto una potenza centrale», scrivono gli autori a proposito dell’UE. La distinzione cambia il metro del successo: l’influenza europea dipenderebbe dalla capacità di rendere la cooperazione tanto utile da convincere gli altri a sostenerla.

Perché l’Europa ha bisogno delle medie potenze

Le medie potenze sono paesi capaci di influenzare le relazioni internazionali, ma privi della forza necessaria per imporre unilateralmente la propria volontà su scala globale. L’etichetta, però, nasconde differenze importanti.

Paesi come India, Brasile e Arabia Saudita coltivano rapporti con schieramenti diversi, mantenendo aperte le proprie opzioni e cercando posizioni negoziali vantaggiose. Anche Canada, Giappone, Corea del Sud e Australia cercano margini di autonomia, ma condividono con l’Europa un interesse più marcato a preservare regole internazionali prevedibili.

Secondo Gros e Tocci, l’UE deve lavorare con entrambi i gruppi, attraverso forme di collaborazione differenti. Una cerchia di economie affini potrebbe coordinare le proprie politiche in profondità. Una rete più ampia potrebbe invece cooperare su principi fondamentali e problemi globali specifici.

Il policy brief avanza una proposta strategica, non una verifica empirica di un’alleanza già esistente. Il punto di partenza è che l’Europa dispone di un notevole peso economico, pur restando incompleta sul piano dell’integrazione politica e della difesa. Come usarlo senza alimentare la frammentazione che teme?

Agire da soli impone limiti evidenti. Gli autori stimano che l’UE rappresenti circa il 15% dell’economia e della produzione industriale mondiale, una quota in diminuzione. Ricostruire intere filiere produttive entro questo perimetro sarebbe estremamente difficile.

Con i partner, il quadro cambia. Secondo il brief, il PIL complessivo dell’Unione e dei paesi affini supererebbe quello degli Stati Uniti, mentre la loro forza industriale congiunta si avvicinerebbe a quella cinese.

Il patto CORE: dare voce ai partner prima delle decisioni

Lo strumento proposto è il Compact for Open and Resilient Economies, abbreviato in CORE: un patto per economie aperte e resilienti. Tra i possibili partecipanti figurano Regno Unito, Norvegia, Svizzera, Canada, Giappone, Corea del Sud e Australia.

Per avviarlo potrebbero bastare un vertice a Bruxelles e una dichiarazione politica, senza creare una nuova istituzione o negoziare un trattato formale. L’impegno concreto sarebbe consultarsi prima di adottare politiche commerciali o industriali con conseguenze significative sugli altri partecipanti.

Per l’UE significherebbe coinvolgere i partner nelle fasi in cui le decisioni prendono forma. Potrebbero contribuire ai lavori di alcuni gruppi tecnici e di esperti, senza ottenere diritti di voto. Le decisioni finali resterebbero soggette alle procedure interne dell’Unione.

La differenza è sostanziale. Un partner che può segnalare un problema mentre una norma viene elaborata ha più possibilità di evitare un danno rispetto a chi può soltanto protestare dopo la sua entrata in vigore.

CORE offrirebbe anche un quadro di assistenza reciproca contro la coercizione economica. Se un partecipante subisse restrizioni sulle forniture di un prodotto strategico, gli altri potrebbero coordinarsi per contribuire a mantenerne l’approvvigionamento. L’efficacia dipenderebbe, naturalmente, dagli impegni concreti assunti dai governi.

Dal «made in Europe» al «made with Europe»

La conseguenza più tangibile del patto riguarda ciò che viene considerato produzione europea.

Gros e Tocci propongono di passare al made with Europe: equiparare gli input provenienti dai partner CORE a quelli europei nell’applicazione delle preferenze industriali interessate. Gli altri partecipanti assumerebbero impegni analoghi. L’Europa potrebbe così attingere a capacità difficili da riprodurre al proprio interno: materie prime canadesi e australiane, semiconduttori sudcoreani, biotecnologie svizzere. Quei paesi avrebbero, a loro volta, un interesse economico diretto nella solidità europea.

Il caso dell’acciaio mostra invece i rischi del protezionismo. Il brief descrive un regime europeo che dimezza le quote di importazione esenti da dazi e applica una tariffa del 50% alle quantità eccedenti. Restrizioni che colpiscono anche partner affini e possono provocare ritorsioni contro le esportazioni europee.

Alcuni produttori potrebbero beneficiare della minore concorrenza estera. Altri perderebbero clienti sui mercati internazionali. Secondo gli autori, il risultato potrebbe essere un aumento della produzione europea di acciaio di qualità inferiore, accompagnato da un indebolimento delle esportazioni di qualità superiore.

«La leadership porta con sé responsabilità», osservano Gros e Tocci. Una responsabilità con un prezzo politico concreto: per preservare relazioni più vantaggiose nel loro insieme, i governi europei dovrebbero talvolta rinunciare a proteggere singoli settori. La stessa logica cooperativa potrebbe estendersi alla ricerca, allo spazio e al software open source, compresa l’intelligenza artificiale. Mettere in comune le competenze aiuterebbe a ridurre dipendenze che nessun partecipante può superare facilmente da solo.

Una strategia europea oltre l’Occidente

Un patto tra democrazie ricche avrebbe comunque dei limiti. Gli autori riconoscono che, da solo, non potrebbe ridisegnare il confronto geopolitico che coinvolge Stati Uniti e Cina.

Servirebbero quindi partnership più ampie nel Sud globale, fondate su impegni meno estesi rispetto a CORE, ma capaci di difendere principi essenziali: sovranità, opposizione alle conquiste territoriali e rispetto del diritto internazionale.

Per essere credibile, l’Europa dovrebbe affrontare anche il problema dei propri doppi standard. I paesi chiamati a difendere le regole giudicheranno se gli europei le applicano con coerenza, anche quando a violarle sono i loro amici.

Questa cooperazione dovrebbe andare oltre i singoli accordi su migrazioni, energia e infrastrutture. Potrebbe sostenere iniziative comuni su clima, salute, sviluppo e proliferazione nucleare, insieme a riforme che diano alle potenze emergenti più voce nelle istituzioni internazionali.

L’Unione europea è l’unica potenza con un’economia di dimensioni paragonabili a quelle delle due superpotenze, Cina e Stati Uniti. Da qui la tentazione di usare le leve economiche allo stesso modo, unilateralmente e senza tenere conto degli interessi altrui. Ma è una tentazione a cui occorre resistere. L’Europa dovrebbe ricordare che la capacità di limitare l’esercizio del proprio potere è la strada per diventare una potenza centrale, sia nel guidare le medie potenze affini sia nel costruire partnership con gli altri paesi.

«Il vecchio ordine è in frantumi, ma questo non è certo un buon motivo per rinunciare ad avere un ordine», scrivono gli autori. È la sfida alla base della proposta: anche quando divergono su molto, i paesi hanno bisogno di regole alla cui definizione possano contribuire.

Per l’Europa, la prova decisiva comincia dalle proprie scelte. Saprà ascoltare i partner prima che una decisione diventi una controversia? Considerare le loro capacità industriali parte della propria sicurezza? Restare unita abbastanza a lungo da rendere credibili questi impegni?

Dalle risposte dipenderà anche la protezione di imprese e cittadini europei: quella che può offrire una rete più forte, in un mondo sempre più diviso.

“L’UE non può sostituire gli Stati Uniti come potenza egemone globale. Ma può offrire qualcosa di più utile in questo momento: una leadership senza dominio. Significa dare voce ai partner affini prima che vengano prese le decisioni, considerare i loro apporti parte della resilienza europea ed evitare misure unilaterali che scarichino i costi sugli alleati”, concludono gli autori. “Questa capacità di limitare l’esercizio del proprio potere può sembrare una concessione. Non lo è. In un mondo di potenze predatorie, l’interesse di lungo periodo dell’Europa è diventare prima tra pari”.

 

Daniel Gros e Nathalie Tocci, “Europe as a Central Power: Leading the Like-Minded, Building Partnerships Worldwide”, IEP@BU Policy Briefs Series, n. 63, settembre 2026. 

Università Bocconi

NATHALIE TOCCI

Università Bocconi