30 domande per conoscere Francesca
Guidare organizzazioni complesse, accompagnare il cambiamento, correre tre maratone a New York. Nel curriculum di Francesca Coloni le sfide non mancano. Questa volta, però, la prova è diversa: raccontarsi in 30 risposte, tra ricordi universitari, piccoli difetti, passioni e desideri. Con licenza di prendersi un po’ meno sul serio.
La nuova consigliera delegata della Bocconi si è laureata nell’Ateneo nel 1997 e ha costruito una carriera internazionale tra Londra, Francoforte, Madrid e New York, con incarichi di responsabilità in Thomson Reuters, Refinitiv e Intercontinental Exchange. Dal 2021 ha ricoperto il ruolo di Chief Operating Officer per l’area Analytics & Pricing della US Personal Bank di Citibank. Il filo con Bocconi non si è mai interrotto: ha contribuito a far nascere il chapter degli alumni a Madrid, dal 2024 guida quello di New York ed è tesoriere e membro del board di Friends of Bocconi USA.
Per conoscerla abbiamo preso in prestito il questionario reso celebre dalle risposte di Marcel Proust e lo abbiamo rivisitato in chiave bocconiana. Restano carattere, gusti, maestri e motto; si aggiungono la vita tra più città e il ritorno nell’università in cui tutto è cominciato. Alcune domande chiedono un piccolo racconto, altre una risposta lampo. Nessun voto finale: per quello, ha già dato.
Il tratto principale del suo carattere?
Estroversa e “people person”: attingo energia dal relazionarmi con le persone e vedo sempre opportunità di creare connessioni e di mettere in contatto le persone giuste tra loro.
Il suo principale difetto?
Non so nascondere le emozioni: se sono felice si vede, ma anche se mi annoio o qualcosa non mi interessa.
La qualità che apprezza di più in un'amica o in un amico?
La semplicità: persone sincere, che non si prendono troppo sul serio.
La sua idea di felicità?
Saper godere dei piccoli successi e dello stare bene ogni giorno, compiacersi di ciò che abbiamo - e che magari non avremmo mai immaginato di poter avere. La felicità è un concetto incrementale e relativo, non assoluto, e neppure il destino finale.
Che cosa le fa perdere la pazienza?
L'inefficienza: i cavilli burocratici, i processi fini a se stessi, le mille ragioni per cui qualcosa non si può fare, convivere con un ovvio problema senza metterci impegno per risolverlo.
Il suo primo ricordo della Bocconi?
Il primissimo è un corso organizzato dal Soroptimist nel lontano 1992, “I giovani incontrano l'Europa”, che si teneva in Bocconi e che mi ha fatto innamorare dell'Ateneo. Il ricordo da studentessa, invece, è vividissimo: entrare il primo giorno in aula Perego, seconda fila a destra.
Da studentessa, dove si poteva trovarla tra una lezione e l'altra?
Sempre in aula Perego, in attesa della lezione successiva. Ero piuttosto riservata, timida e forse intimorita: nei primi anni era tutto lezioni e studio.
Che cosa sognava di diventare?
Non avevo in mente un lavoro, ma un tipo di vita - che è, sinceramente, quello che mi sono costruita negli anni. Sognavo il mondo: essere indipendente, vivere all'estero, avere una famiglia e un lavoro che mi piacesse. Mi soffermo spesso a “parlare” alla me più giovane e, con soddisfazione, le dico che ce l'abbiamo fatta.
Un insegnamento dell'università che le è tornato utile nei momenti più inattesi?
Il concetto di utilità marginale.
Il talento che vorrebbe avere?
Il dono dell’ubiquità, ho amici ovunque e mi sento davvero unita a persone che sono in diverse parti del mondo, quindi mi piacerebbe che le distanze geografiche si rimpicciolissero per poter vivere il quotidiano con tutte loro.
Il libro che consiglierebbe a occhi chiusi?
Chi ha spostato il mio formaggio? di Spencer Johnson. Sempre attualissimo, soprattutto in un momento di cambiamento epocale come quella che stiamo vivendo, ma anche nel quotidiano. Dico sempre che anche chi vuole restare dov'è deve comunque muoversi, perché il mondo intorno a noi si muove molto velocemente.
Una canzone che la mette di buonumore?
The Subway di Chappel Roan, ha un gioco di parole bellissimo e signficativo ed è una canzone che ho ascoltato per la prima volta con le mie figlie, adesso è la “nostra” canzone.
Il suo luogo del cuore?
San Vigilio di Marebbe, nelle Dolomiti. Ci vado sin da bambina: una montagna autentica, l'imponenza delle vette, il miracolo della natura, le camminate in famiglia, i capodanni in rifugio, gesti semplici e i momenti spensierati in cui tutto sembrava magico, un mondo a parte. E poi la Piazza dell’Unità affacciata sul mare nella mia Trieste natale.
Che cosa le ha insegnato Madrid?
Lo spagnolo e come si organizza un Chapter Bocconi all'estero, con tutto ciò che rappresenta. Questa settimana festeggiano i 25 anni e ci sentiamo ancora….
Un'abitudine presa a New York che porterà con sé a Milano?
Correre la mattina presto, prima di iniziare la giornata. Per completare il quadro, mi manca solo un'amica con cui correre o meglio ancora mi piacerebbe un Bocconi team, meglio se studenti disposti ad andare al mio ritmo, ma condividere un momento della giornata in cui pensare al corpo e alla salute mentale.
E qualcosa dell'Italia a cui non ha mai rinunciato?
La cucina: le mie ricette di famiglia e le tradizioni.
Nella sua vita lontana dall'Italia, un momento in cui la distanza da casa si è accorciata?
Ogni volta che ci siamo ritrovati in un Chapter Bocconi o in un ente italiano — un'ambasciata o altro. Quando vivi a lungo all'estero, ritrovarsi con la comunità italiana è come fare casa: diventa, per quel tempo, la tua nuova famiglia.
Una persona che considera un suo maestro?
Ne ho avuti più di uno: sono stati i capi da cui ho imparato osservandoli lavorare. Ognuno mi ha insegnato qualcosa e mi ha lasciato qualcosa, a seconda del momento della mia carriera in cui è apparso. Mi vengono in mente 3, uno agli inizi della mia carriera, che mi ha insegnato il mestiere, una manager da cui ho imparato lo stile e la capacita organizzativa in un momento pivot in cui ho fatto il salto a posizioni piu senior e l’ultimo mio capo, un visionario carismatico, un grande executive leader che ogni giorno esigeva e ci insegnava ad operare come se fossimo davanti al Board.
La dote che ammira di più in chi guida un gruppo?
Il carisma, che racchiude in sé la capacità di ascoltare, di ispirare con una visione ambiziosa e di comunicare con chiarezza.
L'errore per cui è più indulgente?
Gli errori fatti in buona fede, le sviste umane: quelle che possono capitare a chiunque. Purché, da quegli errori, si impari a fare più attenzione e non si ripetano.
La sua occupazione preferita quando non lavora?
Mi dedico alla mia famiglia e cucino, con una passione speciale per i dolci. Poi corro, per smaltirli.
Un personaggio, reale o immaginario, che vorrebbe avere a cena?
Galileo o Cristoforo Colombo – entrambi grandi innovatori che hanno saputo seguire la loro intuizione nonostante la resistenza, scetticismo e opposizione dell’epoca.
La domanda che gli farebbe?
Hai mai vacillato? È stato coraggio o sana incoscienza?
Una cosa che ancora non sa fare e vorrebbe imparare?
Alta pasticceria; so cucinare e mi piace fare i dolci che poi mangio ma conoscere la chimica dei processi e degli ingredienti come fanno i maestri pasticceri per poter creare e sperimentare, è qualcosa che mi attrae.
Se potesse tornare per un giorno studentessa in Bocconi, che cosa farebbe?
Senza dubbio andrei ai ricevimenti dei professori: è un aspetto dell'università di cui non ho saputo approfittare, probabilmente per timidezza. Andavo sempre a lezione e lì, per me, finiva il rapporto con i professori… peccato.
Che cosa la incuriosisce di più degli studenti di oggi?
Come vedono il mondo, che cosa li inquieta e cosa sanno che io non so.
La prima domanda che vorrebbe fare a chi lavora in Bocconi?
«Che cosa ci dicono gli studenti?» Parto sempre dal «cliente», dal nostro pubblico, da coloro che ricevono quello che abbiamo da offrire: sono loro la cartina di tornasole del lavoro che facciamo. Possiamo metterci impegno, ingegno e buona volontà, ma se tutto questo non arriva a chi usufruisce della nostra offerta, non stiamo creando il valore che potremmo.
Che cosa spera di aver lasciato alla comunità Bocconi alla fine del suo mandato?
Le ali per volare. L'eccellenza accademica e della ricerca ci sono e bisogna mantenerli; il prestigio internazionale che attrae studenti sempre più numerosi richiedono una macchina impeccabile, che ci permetta di muoverci con agilità e lungimiranza tra le complessità gestionali, regolatorie e geopolitiche.
Il suo stato d'animo, oggi, in una parola?
Carica: di voglia di fare, di idee, di fiducia e di gratitudine.
Il suo motto?
There is no “I” in Team (In una squadra non c'è spazio per l'“io”). Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione, collaborare per creare impatto.