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In che modo le imposte sulle società favoriscono silenziosamente le aziende ad alta intensità di carbonio

, di Andrea Costa
Un nuovo studio rileva che il vantaggio fiscale derivante dal debito societario può fungere da sovvenzione indiretta alle emissioni di anidride carbonica e che una riforma della tassazione delle imprese potrebbe ridurre le emissioni senza compromettere il PIL

Le imposte sulle società raramente sono al centro del dibattito sulle politiche climatiche. Quando i governi vogliono che le aziende inquinino meno, gli strumenti abitualmente utilizzati sono le “carbon tax”, i sistemi di scambio delle quote di emissione, le normative ambientali o i sussidi per le tecnologie pulite. L’imposta sul reddito delle società appartiene a un altro ambito politico: quello che si occupa di investimenti, entrate pubbliche e crescita economica. Ma questi due mondi potrebbero essere più strettamente collegati di quanto sembri.

Uno studio pubblicato sulla American Economic Review sostiene che una caratteristica apparentemente tecnica della tassazione delle imprese, e cioè il trattamento preferenziale del debito, avvantaggia sistematicamente le aziende con maggiori emissioni di anidride carbonica. Il risultato è un pregiudizio ambientale nascosto all’interno del codice fiscale. L’articolo è di Luigi Iovino (Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi e centro di ricerca IGIER), Julien Sauvagnat (Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi e ricercatore presso IGIER e BIDSA) e Thorsten Martin della Frankfurt School of Finance and Management.

Il codice fiscale statunitense sulle società contiene una sovvenzione implicita alle emissioni di CO₂.

Il loro punto di partenza è che, tra le società statunitensi quotate in borsa, quelle che generano più CO₂ rispetto al proprio fatturato tendono a essere soggette ad aliquote effettive dell’imposta sul reddito delle società più basse. Come affermano gli autori, «il codice fiscale statunitense relativo alle società contiene una sovvenzione implicita sulle emissioni di CO₂».

L’effetto climatico nascosto del debito societario

La spiegazione non parte dalla normativa ambientale. Parte da un sito produttivo, un macchinario e un prestito bancario. I settori ad alta intensità di carbonio tendono a dipendere fortemente da beni materiali quali macchinari e attrezzature. Tali beni, a loro volta, possono ovviamente essere dati in garanzia. Un finanziatore può valutarne il valore e, se necessario, procedere al loro pignoramento. Le società con un maggiore capitale materiale possono quindi generalmente sostenere un indebitamento maggiore.

Questo è importante perché gli interessi passivi sul debito societario sono deducibili dal reddito imponibile, mentre i pagamenti agli azionisti non sono trattati allo stesso modo. Il debito crea quindi ciò che gli economisti chiamano uno «scudo fiscale del debito»: l’indebitamento riduce l’importo del reddito societario soggetto a tassazione.

Le imprese “pulite” spesso presentano caratteristiche diverse. Il loro valore dipende più probabilmente da beni immateriali quali la conoscenza, la proprietà intellettuale, il capitale organizzativo e risorse simili. Questi sono molto più difficili da valutare o da pignorare per i finanziatori, pertanto costituiscono garanzie più deboli e consentono un indebitamento minore.

Il risultato è una catena inaspettata che collega i bilanci alle emissioni di carbonio: la produzione ad alta intensità di carbonio tende a richiedere più attrezzature fisiche; le attrezzature fisiche favoriscono un maggiore ricorso al credito; un maggiore ricorso al credito genera maggiori detrazioni per interessi; e tali detrazioni riducono le imposte effettive sulle società.

I ricercatori hanno verificato tale meccanismo utilizzando dati finanziari e sulle emissioni relativi alle società statunitensi quotate in borsa tra il 2003 e il 2021. Una volta prese in considerazione le differenze nel capitale tangibile, riferiscono, la relazione statistica tra intensità di CO₂e leva finanziaria e tra intensità di CO₂e aliquote fiscali effettive più basse scompare in gran parte.

In altre parole, gli autori non concludono che l’autorità fiscale conceda esplicitamente alle aziende inquinanti un’agevolazione fiscale speciale sul carbonio. Il bias ambientale emerge indirettamente dall’interazione tra tecnologia di produzione, indebitamento aziendale e trattamento fiscale degli interessi.

Il taglio delle imposte del 2017 offre un banco di prova

Gli Stati Uniti hanno quindi offerto ai ricercatori qualcosa di simile a un esperimento naturale. Il «Tax Cuts and Jobs Act», varato alla fine del 2017, ha ridotto l’aliquota federale dell’imposta sul reddito delle società dal 35% al 21%. Se le imprese ad alta intensità di carbonio stavano già beneficiando maggiormente dello scudo fiscale fornito dal debito, hanno ipotizzato gli autori, allora le aziende con emissioni inferiori avrebbero dovuto trarre maggiori vantaggi da una riduzione generale dell’aliquota fiscale prevista per le società.

Dopo la riforma, le imprese più pulite hanno registrato una crescita più forte. A seconda della specificazione, la crescita del capitale tra le imprese ad alta intensità di CO₂ è risultata inferiore del 7,7% al 9,7% rispetto a quella delle imprese pulite. I ricercatori hanno sottoposto il risultato a una serie di test, tra cui verifiche relative a tendenze preesistenti, altre disposizioni della riforma del 2017, shock specifici del settore e confronti che coinvolgono società straniere non soggette al taglio delle imposte statunitense.

A prima vista, la logica può sembrare paradossale. Un’aliquota dell’imposta sulle società più bassa riduce le imposte per tutti. Ma allo stesso tempo riduce il valore delle detrazioni degli interessi. Le imprese che in precedenza beneficiavano in modo significativo di tali detrazioni ricevono quindi una spinta relativa minore rispetto alle aziende i cui profitti erano fin dall’inizio più pienamente soggetti alla tassazione sulle società. Ciò crea quello che gli economisti chiamano «effetto di composizione»: l’attività economica si sposta verso settori più puliti.

Ridurre l’intensità di carbonio non equivale a ridurre le emissioni

In questo contesto, la distinzione tra emissioni totali e intensità delle emissioni assume particolare rilevanza. Utilizzando un modello di equilibrio generale multisettoriale calibrato sull’economia statunitense, Iovino, Martin e Sauvagnat simulano una riduzione dell’imposta sulle società paragonabile alla riforma del 2017. La riduzione delle imposte stimola la produzione, quindi l’attività economica complessiva aumenta. Tale crescita, di per sé, fa aumentare le emissioni. Tuttavia, i settori puliti crescono più di quelli inquinanti, mentre le imprese adeguano anche la composizione dei fattori produttivi. Di conseguenza, le emissioni aumentano in misura molto minore rispetto alla produzione, e l’economia diventa a minore intensità di carbonio.

Ciò non significa che i normali tagli alle imposte sulle società facciano parte della politica climatica. La crescita economica può comunque aumentare le emissioni totali di CO₂. Piuttosto, lo studio dimostra che la struttura dell’imposta sulle società determina chi cresce e che questo cambiamento nella composizione dell’economia può avere conseguenze ambientali significative.

Cosa accadrebbe se il debito perdesse il suo vantaggio fiscale?

Gli autori modellano una riforma che elimina lo scudo fiscale sul debito ponendo fine al trattamento fiscale preferenziale dei pagamenti degli interessi. Poiché ciò comporterebbe di fatto un aumento della tassazione sulle società, combinano tale modifica con una riduzione dell’aliquota dell’imposta sulle società sufficiente a mantenere il PIL sostanzialmente invariato. Nella loro simulazione di riferimento, la riforma riduce le emissioni totali di CO₂ di circa il 3,6%, con il PIL mantenuto costante per impostazione.

Il meccanismo agisce ancora una volta attraverso la composizione della produzione. L’eliminazione del vantaggio fiscale del debito aumenta in modo sproporzionato i costi di finanziamento per i settori basati su capitale fisico altamente pignorabile — proprio quei settori che tendono ad avere un’intensità di carbonio più elevata. Di conseguenza, i settori più puliti rappresentano una quota maggiore dell’attività economica.

La politica climatica nel mondo reale è raramente ideale: i prezzi del carbonio sono incompleti, disomogenei o politicamente difficili da attuare. In tali condizioni, disposizioni nascoste nelle profondità del codice fiscale delle imprese possono rafforzare o contrastare la politica ambientale. Gli autori sostengono che, quando i vincoli politici impediscono l’adozione delle politiche climatiche ottimali, potrebbe essere opportuno tenere conto degli effetti ambientali nella definizione delle norme relative all’imposta sulle società.

Il discorso va ben oltre la semplice detrazione degli interessi passivi. Le agevolazioni fiscali per le imprese relative a particolari tipi di investimento, le norme di ammortamento e altre disposizioni possono modificare il costo relativo delle diverse forme di capitale. E poiché i diversi tipi di capitale sono associati a diverse tecnologie di produzione, norme apparentemente non ambientali possono in ultima analisi influire sulle emissioni.

La politica climatica non inizia e finisce con le politiche che recano l’etichetta «verde». L’architettura di un’economia, comprese le norme redatte per scopi che non hanno nulla a che vedere con il clima, può silenziosamente orientare gli investimenti verso un tipo di produzione piuttosto che un altro. E a volte il sussidio al carbonio si nasconde nel bilancio.

LUIGI IOVINO

Università Bocconi
Dipartimento di Economia

JULIEN SAUVAGNAT

Università Bocconi
Dipartimento di Finanza